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EGITTO

PER LA PRIMA VOLTA MEDICO A PROCESSO

Raslan Fadl deve rispondere della morte della 13enne Sohair in seguito a un intervento di mutilazione genitale femminile. Nel Paese la pratica è illegale dal 2008

 

Sohair al-Bata’a, morta a 13 anni a causa di un intervento di mutilazione genitale femminile  Sohair al-Bata’a, morta a 13 anni a causa di un intervento di mutilazione genitale femminile
 

Il dottor Raslan Fadl ha sempre negato le accuse a suo carico e ha spiegato che Sohair al-Bata’a è morta per una reazione allergica alla penicillina. «Quale circoncisione? Non c’è stata alcuna circoncisione. È tutto un complotto di questi cani», ha detto il medico accusando gli attivisti per i diritti umani. Ma la stessa nonna della vittima ha ammesso che c’è stato un intervento di mutilazione genitale, anche se si è detta contraria alla decisione di portare il caso in tribunale. «Era il destino di Sohair - ha detto -. Cosa possiamo fare? Lo ha deciso Dio».

 

 

Pratica in calo

Una manifestazione contro le Mgf nel 2007 in Kenya (Ansa)
Una manifestazione contro le Mgf nel 2007 in Kenya (Ansa) Secondo l’Unicef il 91 per cento delle egiziane che hanno tra i 15 e i 49 anni e sono sposate, è stato sottoposto a un intervento di mutilazione genitale femminile, il 72 per cento ad opera di medici. I dati dimostrano però che il ricorso alla pratica è in calo: ha subito gli interventi il 63 per cento delle donne nel 2008 contro l’82 del 1995. Ma nelle zone rurali, dove è inferiore il livello di istruzione, la popolazione sostiene ancora l’utilità delle mutilazioni genitali femminili. Si pensa che preservino le donne dall’adulterio (frenando il loro piacere sessuale) oppure che siano un rito di iniziazione all’età adulta; o ancora che addirittura favoriscano la fertilità. «Noi circoncidiamo tutte le nostre figlie, fa bene alle ragazze», ha dichiarato al Guardian Naga Shawky, casalinga di 40 anni che vive nello stesso villaggio dove viveva Sohair. «La legge non ci fermerà. Così hanno fatto i nostri nonni e così faremo noi», ha aggiunto la donna. Mostafa, contadino di 65 anni, non sapeva nemmeno che le mutilazioni genitali femminili fossero state vietate. «Tutte queste ragazze sono circoncise. Ora cosa dovrebbe succedere? - si chiede - le nostre due figlie sono circoncise. Si sono sposate e hanno avuto figlie circoncise a loro volta».

Questione culturale, non religiosa

Per tanti, compresi gli abitanti del villaggio di Sohair, le mutilazioni genitali femminili sono legate ai precetti della religione islamica ma non è così (tant’è che nello stesso villaggio la pratica è seguita anche dalle comunità cristiane). «È una questione culturale e non islamica», spiega Suad Abu-Dayyeh, rappresentante regionale del gruppo per i diritti umani «Equality Now». «In Sudan e in Egitto la pratica è diffusa. Ma nella maggior parte dei Paesi arabi le persone non pensano sia una questione religiosa - continua Suad Abu-Dayyeh - E infatti c’è una fatwa che vieta le mutilazioni genitali femminili». Ecco perché questo processo in Egitto contro il dottor Fadl - appena iniziato e aggiornato al prossimo 19 giugno - è importante e potrà contribuire a cambiare un po’ le cose.

 

(www.corriere.it, Angela Geraci)

 

Pubblicato il 22/5/2014 alle 14.52 nella rubrica News.

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