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LaLeggeConsolo
Per le Donne, per la Giustizia
8 gennaio 2013
A 7 ANNI DALL'ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE

No infibulazione

e mutilazioni

 

 

Donne infibulazioni (Ph: milleeunadonna@)

 

Si avvicina il 6 febbraio, data in cui si commemora in tutto il mondo la “Giornata Mondiale contro l’infibulazione e le mutilazioni genitali femminili”. Parliamo della terribile realtà contro di cui si sono confrontate e rischiano di confrontarsi ancora oggi migliaia di bambine, non soltanto nel loro paese d’origine, ma anche nei paesi, quali il Belgio e l’Italia, in cui sono emigrate famiglie provenienti da etnie presso le quali continuano ad essere rispettate “tradizioni” che prevedono pratiche criminali dannose per la vita delle persone. Alla luce di uno studio richiesto dal servizio sanitario federale Belga (SPF Santé), si ritiene, ad esempio, che 1.975 bambine rischino di subire mutilazioni genitali in un prossimo futuro e vi sarebbero inoltre già 6.260 donne e bambine, alle quali sarebbe stata applicata tale orrenda pratica, prevedendo per loro che si verifichino complicazioni durante il parto a seconda del tipo di mutilazione subita.

In vista di queste complicazioni Madam Laurette Onkelix, (attualmente Vice primo Ministro e Ministro delle politiche sociali), dal 2008 ha ordinato l’elaborazione di guide tecniche per la formazione di professionisti della sanità che vengano posti in grado di affrontare queste problematiche e la possibilità del rimborso della ricostruzione del clitoride.

Vero è che il 20 dicembre 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione per la messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). La Risoluzione [A/C.3/67/L.21/Rev.1] sostenuta da due terzi dell’Assemblea Generale, incluso tutto il Gruppo Africano è stata adottata con il consenso di tutti i membri delle Nazioni Unite. Certamente si tratta di una grande vittoria sulla inciviltà terrificante che si nasconde dietro quelle che possono chiamarsi erroneamente “tradizioni”, ma che nulla hanno a che vedere con il rispetto che si deve senza dubbio alle varie etnie che scelgono di stabilirsi nei paesi europei. Chiaramente la risoluzione dell’Assemblea sembra riflettere l’universale convinzione nel ritenere che le mutilazioni genitali femminili costituiscano una violazione dei diritti umani e che tutti i paesi del mondo dovrebbero intraprendere “tutte le misure necessarie, inclusa la promulgazione ed il rafforzamento di legislazioni che proibiscano le MGF, per proteggere donne e bambine da queste forme di violenza e per porre fine all’impunità”.

Ma tanto non basta certamente a fare sì che, dall’oggi al domani, questa risoluzione sia rispettata ovunque, sia nei 27 paesi africani e nello Yemen, dove è ampiamente documentata, che in altri Stati, quali l’India, l’Indonesia, l’Iraq, la Malesia, gli Emirati Arabi Uniti e la stessa Israele, laddove pur nella certezza che vi siano casi di MGF,mancano indagini statistiche attendibili. Notizia di casi di MGF, non documentate, sono provenienti inoltre dall’America Latina (Colombia, Perù), e da altri paesi dell’Asia e dell’Africa (Oman, Sri Lanka, Rep. Dem. del Congo), laddove, pur non essendo presente sotto forma di tradizione stabile, risulta presente la pratica.

Fermo restando che la MGF “cammina” assieme a quanti, provenienti dai paesi succitati, pur vivendo stabilmente in Italia o in Francia, continuano ad applicarla sulle loro figlie. Le leggi contrastanti tale deleteria pratica ci sono, infatti nessuno dei paesi africani riconosce apertamente l’escissione o l’infibulazione (esiste un sistema normativo che la nega), ma purtroppo è nascostamente tollerata la sua attuazione. In Europa sono stati avviati dispositivi giuridici in merito, poiché ovviamente il diritto europeo, neanche in nome del rispetto di una pretesa diversità culturale, può accettare che vengano attuate pratiche in violazione dell’integrità della persona umana. Tanto non basta però a sventarne la perpetuazione. La Svezia già dal 1983 ha adottato una legislazione specifica per il reato di mutilazione genitale femminile, ma con una pena piuttosto lieve: un massimo di due anni di reclusione.

In Gran Bretagna da1985 si prevede in merito una reclusione fino a cinque anni di detenzione e la punibilità anche di chiunque abbia favorito in qualche modo tale violenza. In Francia il reato è perseguito ai sensi dell’art. 312 del Codice penale (violenze sui minori di 15 anni), prevedendo la reclusione fino a venti anni in caso di complicità e persino l’ergastolo per quei genitori che abbiano eseguito mutilazioni ai genitali dei propri figli. In tal senso si sono svolti molteplici processi contro genitori di bambine escisse e dal 1991 le mutilazioni dei genitali femminili sono ritenute un atto persecutorio.

In Svizzera le MGF sono considerate una violazione dei diritti umani punibili, sulla base dell’art. 122 del Codice Penale, come “lesioni corporali gravi“.
Venendo all’Italia, questa ha considerato le mutilazioni dei genitali femminili una grave violazione del diritto alla salute e all’integrità fisica, rifacendosi al diritto sancito dalla Costituzione italiana, fino al 2006, anno in cui, in attuazione dell’art. 32 della Costituzione, è stata emanata la Legge n. 7/2006, con la determinazione “di prevenire, contrastare e reprimere le pratiche di MGF quali violazioni dei diritti fondamentali all’integrità della persona ed alla salute delle donne e delle bambine”.

Mappa della diffusione delle mutilazioni genitali femminili in Africa - OMSONU Fonte OMS

La legge n. 7/2006 è suddivisa in due capitoli, il primo riguarda le misure preventive, il secondo le misure punitive. Finalità della Legge è quindi quella di prevenire e contrastare le pratiche di MGF, mediante campagne informative che prevedano interventi su più fronti: culturale, medico ed istituzionale. Prevenzione ed informazione assumono un compito rilevante nella battaglia contro le MGF.

Infine le leggi nel nostro paese debbono essere drasticamente poste in essere attraverso tutte le politiche possibili sul territorio facendo sì che vengano realmente rispettate, come per l’articolo 583 bis del Codice di procedura Penale, il quale punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Il legislatore, parlando di mutilazione intendeva, oltre all’infibulazione, anche la clitoridectomia, l’escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

Concludendo, le leggi ci sono, a tutti i livelli, per cui spetta a chi di dovere, appunto a tutti i livelli, fare sì che vengano onorate, ponendo in atto una forma determinata, seria, mirata, decisa, sia contro chi tollera questo crimine sia contro tutti quelli che ancora lo commettono.

Aggiungiamo, in relazione a tutte le donne e la bambine che sono state sottoposte a questo martirio, che oggi risulta possibile riuscire a rendere la dignità sessuale e attenuare il dolore causato perennemente dalle MGF, a merito di modernissimi interventi di chirurgia sperimentati con successo da un team di ricercatori dell’ Ospedale Edouard Harriot di Lione e dell’Università Sorbona. In tali sedi difatti, sono in grado di ricostruire l’apparato riproduttivo femminile ripristinando le sue funzioni naturali. Controlli effettuati ad un anno di distanza sulle donne operate, hanno dimostrato nella quasi totalità degli 866 casi, una diminuzione della sofferenza causata dall’MGF e addirittura che queste abbiano riacquistato il piacere sessuale.

 

(www.statoquotidiano.it)






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9 febbraio 2011
CONVIVERE CON LE MUTILAZIONI GENITALI
L'infibulazione non è una vergogna solo africana, ma anche europea
infibulaz.jpg

Sono passati otto lunghi anni da quando, con eroico coraggio e assoluta dedizione, Stella Obasanjo, faceva partire dalla Nigeria la lotta senza quartiere alla barbarie dell’infibulazione nel continente africano. E da quando Susanna Mubarak intraprendeva una guerra totale a questa pratica, proprio nel paese dove questa ebbe origine, l’Egitto dei Faraoni. Da allora molte cose sono cambiate, ma moltissimo rimane ancora da fare.

Anzi, quasi tutto, in realtà. Non sfugge la necessità di abolire questa pratica devastante in ogni paese in cui sia ancora presente. Non sfugge la sofferenza immane e terribile cui vengono sottoposte ancora oggi tantissime donne di cui nessuno parla. Non sfugge il profondo dolore per chi, come la bambina egiziana infibulata nell’agosto del 2010, ha perso la vita e attende giustizia. Parlare ancora oggi di infibulazione fa male, soprattutto a chi, come noi da sempre si batte per l’estinzione totale e definitiva di questa orrenda pratica.

Da statistiche Unicef si evince che fra 100 e 140 milioni di donne in Africa convivono con mutilazioni genitali, cui si aggiungono altri 3 milioni di bambine ogni mese, da calcolare non solo nel continente africano ma anche in Occidente. Assurdo solo a pensarsi, di primo acchito. Ma crudamente reale, purtroppo. Perché l’infibulazione non è una vergogna solo africana, ma anche europea. Il fenomeno, infatti, si verifica soprattutto in alcune fasce di immigrati che ancora si permettono, in base ad un multiculturalismo del “lasciar fare” che non esiterei a definire criminale, di sfregiare le loro bambine con questa barbarie. Bambine che diverranno donne “annullate”. Donne la cui femminilità è stata strappata con la violenza dai propri familiari. Uno scandalo di proporzioni inaudite, nel silenzio assordante di un certo settore dell’elite politica.

Faccio notare che grazie al Ministro Frattini l’Italia ha promosso importanti accordi bilaterali contro l’infibulazione, sebbene una legge che ne vietasse la pratica sia arrivata in Italia solo nel 2006 (Legge Consolo). Anche in questo frangente emerse tutta l’arretratezza culturale di chi, come alcune parlamentari di estrema sinistra, votò contro un provvedimento di portata storica fondamentale. Il rammarico fu fortissimo, misto alla rabbia per un’Europa che giustifica colpevolmente e non si cura del dramma di moltissime bambine che nascono sul suo continente. Non ci saremmo mai dovuti sobbarcare l’impegno di una legge sull’infibulazione, perché questa in Europa non sarebbe mai dovuta esistere.

È il frutto amaro del multiculturalismo europeo, che prima lascia fare indiscriminatamente e poi deve tornare indietro sui suoi passi, cospargendosi il capo di cenere. Il 6 febbraio, Giornata Mondiale contro l’Infibulazione, io credo debba essere l’occasione per far partire una riflessione ampia e condivisa su come il modello di integrazione debba prevedere limiti e paletti ben precisi, per non permettere mai più a nessuno di violare il corpo di una bambina innocente e di stuprarne il futuro.

Per far si che l’infibulazione scompaia definitivamente dal mondo, portando con sé quel lassismo criminale che è il grande colpevole del fallimento del modello multiculturale moderno.

(www.loccidentale.it)

 




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13 ottobre 2009
DAL PADRE DELLA LEGGE
 

CONSOLO A CARFAGNA, OLTRE A DIVIETO BURQA CAMPAGNA FORTE PER COMBATTERE INFIBULAZIONE

SENSIBIIZZARE OPINIONE PUBBLICA E GIOVANI A LOTTARE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

"Il ministro Carfagna, che assai opportunamente si sta occupando del problema del burqa nelle scuole, non dimentichi il problema dell'infibulazione, un problema solo arginato nei suoi aspetti numerici dalla legge Consolo, del 9 gennaio 2006, della quale sono primo firmatario e che porta appunto il mio nome. Una tragica problematica che vede purtroppo protagonistte 130 milioni di bambine nel mondo, quarantamila solo in Italia, dove, nonostante la mia legge, 16 bambine tra i quattro ed gli otto anni vengono ogni giorno infibulate, per un totale di 6.000 bambine l'anno e ciò sulla base di una motivazione reale che non proviene da alcun tipo di giustificazione religiosa ma solo da una forma di controllo sulla donna". E’ l’

invito che il deputato del Pdl Giuseppe Consolo, padre della legge contro le mutilazioni genitali femminili e la terribile pratica dell’infulazione, lancia al Ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna.

‘’Fa bene il Ministro Carfagna, che sta operando egregiamente, ad occuparsi ripeto del Burqa, ma tenga soprattutto presente che, secondo i dati dell’

Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) - rimarca Consolo - l’Infibulazione e le altre pratiche di mutilazioni sessuali, che costituiscono un ultimo retaggio di una tradizione tribale, riguardano ben 130 milioni di donne ed ogni anno 2 milioni di bambine rischiano la stessa sorte. E’ perciò opportuno lanciare una forte campagna contro l’infibulazione, coinvolgendo anche la scuola e il dicastero del Ministro Gelmini. Una rete di interventi che sensibilizzi l’opinione pubblica e soprattutto educhi le nuove generazioni a dire no a questi veri e propri atti contro l’umanità e le donne in particolare’’.




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13 ottobre 2009
DALL'ON. ANTONIO MAZZOCCHI
 



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8 aprile 2009
A MILANO
 

Infibulazione, troppe vittime in città

di Alberto Giannoni
L’infibulazione è una piaga nascosta di Milano. Una piaga sommersa da uno velo pesante di omertà e pudore. È molto difficile stimare il numero delle donne che vengono sottoposte a questa barbarie. L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato 500mila vittime in Europa. In Italia si parla di 40mila casi. Considerato che la Lombardia assorbe un quarto dell’immigrazione italiana dunque è ragionevole pensare che siano diverse migliaia le vittime delle infibulazioni nella più grande regione italiana. Le certezze in proposito sono poche, anche fra gli addetti ai lavori, come conferma l’Aidos, Associazione italiana Donne per lo Sviluppo, in prima linea nella battaglia. Una delle poche è che a Milano circa 100 donne ogni anno si rivolgono ai consultori per chiedere aiuto, in particolare durante la gravidanza.
Le mutilazioni genitali femminili sono una pratica legata a una tradizione tribale dell’Africa profonda. Un retaggio di rituali praticati nell’antico Egitto che una malintesa interpretazione in voga nelle frange più retrive dell’Islam vuole legare oggi a inesistenti precetti religiosi. Impressionante il filmato trasmesso ieri nel corso di «Conto alla Rovescia» di Telereporter: il caso del centro di preghiera islamica di via Gallura in cui i fedeli danno indicazioni a un cronista (finto-papà) che chiede ragguagli sulla possibilità di praticare l’infibulazione alla figlia di 4 anni.
Impegnata su questo fronte è Cristiana Muscardini, parlamentare europea del Pdl. Per lei il caso «dimostra in modo inequivocabile che il dato in nostro possesso sulle donne che vengono brutalmente sottoposte all’orrore delle mutilazioni genitali femminili in Europa, 180mila ogni anno, è in realtà un dato sottostimato». «Quello che serve per contrastare questa pratica tremenda - commenta la Muscardini - è una sinergia di tutte le forze istituzionali, culturali, religiose, e un appello a tutti i responsabili religiosi affinché la condannino, sottolineando che non è solo un reato per la legge italiana ma è un reato contro la persona. Sarebbe un grande passo avanti. Non prendere posizione significa essere colpevoli di omissione». Il 24 marzo il parlamento europeo ha votato la relazione della Muscardini che condanna le mutilazioni genitali femminili. «Non vi è alcuna giustificazione possibile - spiega la parlamentare del Pdl - A causa della sempre maggiore immigrazione verso il nostro continente rappresentano non più un problema solo per i Paesi africani o asiatici ma riguarda ormai tutta l’Unione europea».


(www.ilgiornale.it)



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9 febbraio 2009
www.romasette.it
 

Mutilazioni genitali femminili,
scarsa conoscenza

Operatori sociosanitari e mediatori culturali sanno poco del fenomeno, che ogni anno è in aumento. In Italia colpite 94mila donne
di Mariaelena Finessi

Scarsa conoscenza degli operatori sociosanitari e dei mediatori interculturali del Lazio rispetto al tema delle mutilazioni genitali femminili (Mgf), intese come forme di rimozione e modificazione parziale o totale dei genitali esterni, effettuate – e questo è l'aspetto ritenuto più crudele e incivile – per ragioni non riguardanti la salute della donna. La maggioranza di essi (82%) ha un'idea superficiale del fenomeno mentre solo il 30% si è trovato realmente di fronte a pazienti escisse. Sono i dati che emergono da "Stop Mgf", il progetto di prevenzione e contrasto del fenomeno tra le popolazioni migranti insediate sul territorio del Lazio, realizzato da Irpps-Cnr in collaborazione con l'associazione Parsec e finanziato dal Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il punto sulla conoscenza del problema è stato fatto a Roma il 6 febbraio, nel corso della Giornata internazionale contro le Mgf. Per il campione d'indagine sono stati presi in esame 500 stranieri e 1000 operatori, scelti tra insegnati di scuole materne, elementari e medie, insegnati di italiano presso i centri di permanenza temporanea, assistenti sociali, mediatori culturali e medici. «La ricerca – spiega Maura Misiti dell'Irpps-Cnr – dimostra che solo il 28% dei sanitari e il 25% degli operatori sociali che entrano in contatto con gli immigrati conoscono in modo approfondito il fenomeno». Praticamente ignorati anche i risvolti penali. Solo il 4% sa che dal 2006 le Mgf sono un reato punibile fino a 12 anni di detenzione (la pena aumenta di un terzo quando la vittima è un minore).

Con 94mila donne che hanno subito un'escissione, in aumento ogni anno di 500 bambine, il nostro Paese ha il più alto numero di casi in Europa. E il Lazio, in cui la percentuale di donne straniere è superiore alla media nazionale (56%), il rischio di un aumento del fenomeno è molto forte. La mappatura delle presenze regolari, tenendo conto delle provenienze dai paesi a tradizione escissoria (Eritrea, Sudan, ecc.), registra nella regione un numero di 24.030 stranieri, di cui 10.792 donne. Un punto, questo, che non trova tuttavia il consenso dell'Aidos-Associazione italiana donne per lo sviluppo: «Ogni deduzione – spiegano – si scontra con limiti oggettivi, il principale dei quali è rappresentato dal fatto che non tutte le donne africane provenienti da paesi dove si praticano le Mgf appartengono a etnie che effettivamente adottano questa pratica, e senza il dato essenziale circa l'appartenenza etnica, è impossibile applicare semplicemente il tasso medio di prevalenza nazionale alla popolazione migrante».

In altri termini, «è difficile fornire dati precisi sul fenomeno – aggiunge Misiti – anche per il fatto che le Mgf sono pratiche illegali e clandestine realizzate unicamente per motivi di ordine culturale». Erroneamente additate come un'usanza musulmana, il 22% degli operatori – sempre stando alla ricerca – è convinto che le Mgf «non riguardino né debbano interessare i paesi occidentali». Ashour Salameh, referente del Centro Culturale Islamico della Moschea di Roma spiega che così non è: «L'infibulazione – dice – è una pratica pre-islamica, risalente al periodo dei faraoni e non ha niente a che vedere con la religione. Qualunque intervento effettuato sul corpo della donna che possa intaccare minimamente la sua salute psichica o fisica, deve essere impedito perché Dio non ama, e non accetta questo».




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28 gennaio 2009
PER UNA POLITICA DI PREVENZIONE
 

L’indicibile orrore dell’infibulazione. Ogni anno in Italia 600 bambine a rischio

 

(Roma) “Ogni anno in Italia ci sono circa 600 bambine, figlie di immigrati, che sono a rischio di infibulazione e tutto avviene nel più totale silenzio”. Questa la denuncia lanciata dalla parlamentare del Popolo delle Libertà Souad Sbai, che rende noti i risultati di una ricerca condotta dall'associazione da lei presieduta, Acmid-Donna, impegnata nella difesa dei diritti delle donne marocchine e immigrate presenti nel territorio nazionale. Prosegue Sbai: “Noi dell'Acmid-Donna abbiamo deciso oggi di lanciare l'allarme infibulazione perché purtroppo abbiamo riscontrato che si tratta di una pratica tutt’altro che estirpata o marginale tra alcune comunità di immigrati presenti in Italia siamo in particolare preoccupati dell'aumento del numero delle bambine infibulate che è possibile riscontrare anche dopo l'entrata in vigore della legge Consolo. Oltre alle leggi sono necessarie azioni forti per contrastare questa pratica tribale e malvagia che non ha niente a che vedere con le religioni ed è legata solo a tradizioni culturali di parte dell'Africa. Non è accettabile che oggi qui in Italia – conclude la parlamentare - venga ancora praticata la mutilazione genitale delle bambine e a volte addirittura consigliata anche da alcuni Imam provenienti da paesi come Somalia ed Egitto, tanto da influenzare comunità di immigrati che mai ne avevano sentito parlare in madre patria. Sarebbe importante cominciare a sensibilizzare l'opinione pubblica avviando una politica di prevenzione”. E, aggiungiamo noi, intraprendendo azioni e iniziative volte a infrangere la barriera di dolore e silenzio che separa le vittime di questa violenza da tutte le altre: il dolore indicibile che prova una donna martoriata nel corpo e umiliata nell’animo. Il silenzio che le impedisce di chiedere aiuto, di vivere una vita affettiva e sessuale serena, di partorire un figlio senza affrontare ancora un’altra sofferenza. L’infibulazione – la sutura parziale, talvolta totale, degli organi genitali femminili – è una realtà sulla quale è difficile fermare lo sguardo, ma solo obbligandoci a tenere gli occhi su questo crimine potremo iniziare a comprendere lo stato di emergenza in cui versa tanta parte delle donne straniere in Italia e tanta parte di quelle bambine, nate nel nostro Paese da famiglie immigrate, che quotidianamente divide il banco di scuola con i nostri figli. E la forte difficoltà in cui si muovono anche gli operatori e le operatrici sanitari/ie che – quotidianamente, nell’esperienza ospedaliera – si imbattono nell’impossibilità di prestare soccorso in modo adeguato a donne che hanno subito mutilazione dei genitali, perché nessuna scuola, nessuna università, nessun corso di addestramento ha preparato loro ad affrontare questo. Sono almeno 135 milioni, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le donne che hanno subito mutilazioni sessuali nel mondo e ogni anno se ne aggiungono due milioni. Le mutilazioni genitali femminili sono praticate soprattutto in Africa e in alcuni paesi del Medio Oriente - Egitto, Yemen Emirati Arabi - ma ci sono casi di mutilazioni anche in Asia, nelle Americhe e in Europa - Italia compresa - all’interno delle comunità di immigrati. Nonostante la risposta legislativa italiana a una problematica dalle implicazioni così profonde – costituita dalla Legge “Consolo” n°7 del 09/01/2006, e in particolare dall’articolo 583 bis che sancisce un inasprimento della pena per chi pratica l’infibulazione nel nostro Paese, ma anche per chi “cagiona” la mutilazione intendendo con ciò, di fatto, riconoscere la grave responsabilità della famiglia delle piccole vittime di questa sevizie – il problema di fondo resta. Ed è rappresentato dall’insufficienza di un sistema che interviene condannando i responsabili di un crimine già commesso e non riesce a impedire, piuttosto, il suo verificarsi. Ancora una volta la parola chiave è educazione: educazione alla pari dignità per tutti nelle scuole, educazione alla salute e supporto psicologico per le donne che hanno subito l’infibulazione, educazione del personale sanitario perché possa intervenire correttamente in aiuto di una donna vittima di mutilazioni genitali. E collaborazione da parte delle leader di comunità, riconosciute autorevoli e fidate dalle appartenenti alla comunità stessa e, proprio per questo, in grado di facilitare un’apertura al dialogo.

(Delt@ Anno VII, N. 15 del 28 Gennaio 2009) M.G.




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7 gennaio 2009
TESTIMONIANZA DIRETTA
 
Salimata Badji-Knight / Maria G. Di Rienzo:
Contro le mutilazioni genitali femminili
[Salimata Badji-Knight, trentasettenne, è cresciuta in una comunità musulmana senegalese, dove è stata mutilata all'età di cinque anni]

 

Sì, avevo cinque anni quando le donne del villaggio mi dissero che saremmo andate nella foresta. Con me c'era un intero gruppo di ragazzine, dalla mia età sino ai 16 anni: eravamo tutte felicissime, perché ci avevano detto che era un picnic. Ma non lo era. Più del dolore e del pianto ricordo lo shock dell'aver compreso che ci avevano ingannate. Sapevo che avrebbero tagliato via qualcosa da me, ma non sapevo cosa. Durante il percorso le donne erano molto gentili, ci regalavano dolci e così via: era il loro modo di chiedere perdono, ma era anche il loro modo di vendicarsi, il ripetere su di noi un crimine che loro avevano subito.

Solo più tardi, nell'adolescenza, compresi davvero cos'era accaduto.

Eravamo state mutilate in modo che rimanessimo “pulite” e non avessimo ragazzi. I miei genitori credevano in questo modo di prepararmi al matrimonio, di aver agito per il mio bene, ed io volevo accettarlo perché mi dicevano che le donne mutilate erano maggiormente rispettate. All'età di nove anni, quando ci trasferimmo a Parigi, fu una grande sorpresa per me scoprire che non accadeva a tutte le donne. E poi fui costretta a vedere bimbe di origine senegalese a cui veniva detto che sarebbero andate in vacanza in Africa, ma in effetti vi venivano portate per essere mutilate. Mia madre, a Parigi, fece mutilare segretamente tre delle mie sorelle.

Ero infuriata per tutto questo e in me crebbe la determinazione di porre fine a questa pratica brutale. Ho cominciato a parlarne con chiunque volesse ascoltarmi: i servizi sociali, i medici, la polizia, gli altri africani che vivevano a Parigi. Per lungo tempo ho provato rancore per le donne che mi avevano fatto del male, per gli uomini che lo avevano voluto e approvato, per mia madre che lo aveva permesso, per mio padre che non aveva mai fatto nulla per fermarlo.

Cominciavo a pensare al suicidio. La mutilazione ti porta via identità e dignità. Solo quando ho smesso di pensare a me stessa come ad una vittima ho smesso di credermi priva di valore. Dalla rabbia è uscita la compassione, e ho capito che la colpa non era di quelle donne o di mia madre, ho capito che erano semplicemente accecate dal dover seguire una “tradizione”.

Se avessi continuato a vivere di rabbia e rancore sarei di certo morta. Ma la mia rabbia ha avuto anche risultati positivi, perché mi ha spinta a lottare per mettere fine alle mutilazioni. Adesso lavoro in una campagna sul campo che si chiama “Forward” e parlo nelle scuole, in Francia e in Gran Bretagna.

Quando ho incontrato l'uomo che sarebbe poi divenuto mio marito, ho dovuto dirgli di non aspettarsi che io potessi rispondergli sessualmente. «E se dico no, è no», ho aggiunto con fermezza. Mio marito è un uomo che ha un grande rispetto per me, ed è molto paziente. Oggi, le mie tre sorelle che ho citato prima lavorano con me per fermare le mutilazioni. Persino mia madre adesso ne parla come di una violazione dei diritti umani. E prima che morisse, sei anni fa, sono riuscita a parlarne bene con mio padre. Ho aperto il mio cuore per lui, gli ho spiegato cosa le mutilazioni sono davvero, come ti rovinano fisicamente e mentalmente. Mio padre è scoppiato in lacrime, e mi ha detto che nessuna donna gli aveva mai parlato della propria sofferenza. Poi mi ha chiesto scusa, mi ha pregato di perdonarlo. Il giorno dopo ha chiamato i nostri parenti in Senegal, e il risultato è stato che un “picnic” come quello a cui ho partecipato io a cinque anni è stato cancellato, e cinquanta bambine sono state salvate.

 

Salimata Badji-Knight

(traduzione di Maria G. Di Rienzo)

 

 

 

Le bambine cercano di salvarsi anche da sole. Nello scorso dicembre, nel Kenya del sudovest, sono fuggite da casa in trecento per non essere sottoposte a mutilazioni. Le più piccole hanno fra i sette e i nove anni. A prendersi cura di loro ci sono i parrocchiani di due chiese e la Maendeleo Ya Wanawake, un'ong femminista.

Sarà utile sapere che in Kenya le mutilazioni genitali femminili sono bandite per legge, e che la maggioranza dei genitori delle bimbe ha dichiarato di essere contraria alla pratica, ma di esservi spinta dalle pressioni e dalle rappresaglie altrui...

 

Maria G. Di Rienzo

(da Notizie minime della nonviolenza in cammino, 7 gennaio 2009)


(www.tellusfolio.it)



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5 gennaio 2009
BREVE VADEMECUM PER CONOSCERE QUESTA PRATICA ANCORA AMBIGUA
Infibulazione tra superstizione, società ed assenza di diritti

            Quello in epigrafe è ormai una vexata questio, che da sempre alimenta polemiche e dibattiti su vari fronti (sociale, politico e medico).Recentemente due notizie hanno suscitato molto scalpore, anche se per motivi opposti: la Regione Friuli-Venezia Giulia ha approvato un progetto di legge regionale con il quale consente la circoncisione gratuita in apposite strutture mediche. Si teme che possa essere estesa anche all’infibulazione legalizzandola nuovamente. L’altra riguarda l’intesa raggiunta dal Governo e dalla FIMP, associazione dei pediatri con cui si avvia un’ampia campagna informativa su due fronti, quello nazionale per portare l’attenzione su questa problematica ancora molto sconosciuta e dall’altra per educare le famiglie e spiegare loro i rischi, in primis, sulla salute che corrono le bambine infibulate.Nel caso in cui, poi, i genitori insistessero nel volerla praticare a tutti i costi allora verranno indirizzati in strutture mediche specializzate e sicure.
Tutto ciò per combattere la piaga dell’infibulazione clandestina che, annualmente, miete, nel nostro paese, 30.000 vittime.
            Infatti ogni anno, malgrado la stigmatizzazione di questa problematica nei paesi in cui originariamente si è diffusa  e la condanna  da parte della legislazione nazionale e di quella internazionale, secondo recenti stime dell’OMS, sono tra i 100 ed 130 milioni di donne (casi denunciati) che subiscono questa pratica barbarica e tra queste, una volta diventate madri, circa 2 milioni la impongono alle proprie figlie. In Italia, per i processi di immigrazione e per i matrimoni misti, sono circa 6 mila le vittime di queste escissioni rituali (v. ex multis: http://www.benessere.com/sessuologia/arg00/infibulazione.htm ; http://www.unknown.it/controinformazione/le-mutilazioni-genitali-femminili/).
Malgrado ciò questo è un fenomeno ancora abbastanza sommerso su cui c’è poca informazione e devo ammettere che anch’io, nel redigere questo brano, sono venuta a conoscenza di molti elementi e sfumature a me del tutto ignoti.
Di seguito cercherò di inquadrare, anche da un punto di vista geopolitico, questa questione e di sfatare molte false informazioni ad essa associate.
 
 1. DEFINIZIONE ED ORIGINI:
 
L’infibulazione (dal latino fibula, id est spilla, indica sia l’usanza di cucire i genitali mutilati sia lo strumento che, frequentemente, viene utilizzato per eseguire questa operazione, secondo l’etimologia del lemma latino) è un termine che si riferisce sia ad un’arcaica pratica sociale che all’intervento sui genitali femminili, ancora assai radicato in molti paesi di cultura musulmana e non solo, consistente nell’asportazione totale o parziale, a seconda delle usanze, del clitoride, delle piccole e grandi labbra con relativa sutura della vulva, lasciando solo un piccolo orifizio per la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. E’ eseguita su bambine d’età media compresa tra i due ed gli otto anni, ma l’età può variare a seconda dei paesi e delle tradizioni locali (in Niger su neonate, in Somalia su bambine di due - sei anni ed in Uganda su adolescenti), nell’erronea convinzione di preservarne la purezza. E’ considerato l’unico parametro per valutare la sua verginità, dato che l’imene non è immediatamente e facilmente visibile né tangibile, prima di consegnarla al marito, segnando il passaggio dall’infanzia alla pubertà, rectius è un rito di iniziazione all’età adulta con tutte le ovvie conseguenze.
 
 2 . BREVE STORIA, TIPI DI INFIBULAZIONE E SUA DIFFUSIONE GEOGRAFICA:
 
 In primis occorre evidenziare che questa pratica barbarica, anche se è, genericamente, identificata con la cultura islamica è presente anche nella religione, rectius, tradizione cristiana, animista, ebraica e politeista. In tutte si rileva un’antinomia di fondo : da un lato è favorita e dall’altro viene condannata come grave “peccato”.
 In realtà ha origini arcaiche, anteriori a quelle delle grandi religioni monoteiste e le prime testimonianze risalgono all’epoca faraonica, tanto è vero che sono state rinvenute mummie che l’avevano subita. Questa antica origine è testimoniata anche dal nome attribuito ad uno dei quattro tipi, individuati dall’OMS:
 
  1. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.
  2. Escissione od al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra.
  3. Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche. Esiste anche un’altra varianteche prevede invece l’asportazione più o meno estesa del clitoride e talora delle piccole labbra, lasciando integre le grandi labbra (forse nell’intento di emulare la circoncisione maschile).
  4. Infine è indicata con questo termine anche una moltitudine di interventi di varia natura sui genitali femminili.
 
Un’altra falsa credenza da sfatare, come si diceva, è quella che sia appannaggio solo della religione islamica, in quanto a) è estranea, come sopra esplicato, alla religione, tant’è vero che non viene menzionata nel Corano, né in alcun altro testo religioso b)  non è tipica solo dei paesi musulmani e diffusa in tutto l’Islam. Infatti è diffusa in 40 paesi principalmente in tutta l’Africa sub-sahariana (da est ad ovest), in quella Occidentale, nel Corno d’Africa, Sudan, Niger, Mali, in alcuni paesi della penisola araba meridionale (v. Yemen), in minor misura nei paesi del sud-est asiatico (Malesia, Indonesia, India), in alcune zone dell’Australia, in Europa ed nel continente Nord Americano. In queste zone è stata introdotta dai flussi migratori, intensificatisi negli ultimi anni, dai citati paesi africani, ma anche da zone di guerra come il Pakistan e l’Afganistan.
 
3. ACCESO DIBATTITO “POLTICO” E RELIGIOSO SULLE ORIGINI DI QUESTA USANZA E POSSIBILI MOTIVAZIONI SULLA SUA ORIGINE. RUOLO DELLA DONNA IN QUESTE CIVILTÀ:
 
Il Corano, legge suprema, in quanto emanazione e tuttuno con l’entità divina, non la menziona.
Infatti, come detto, è menzionata solo in alcuni Hadith (Detti del Profeta) o dalle Sure (o capitoli del Corano). In un hadit Maometto dice ad un’operatrice che stava per praticare l'intervento ad una bambina: "taglia ma non distruggere"; in un altro egli definisce questa pratica una makruma, cioè un'azione nobile, dignitosa ed in una sura il Profeta fa riferimento alle “tagliatrici di clitoride”. Il dibattito, però, è ancora acceso e, secondo alcuni, non può essere disgiunto da quello politico.
Invero in questi paesi, soprattutto nell’islam sannita (90% dei musulmani), non esiste un’autorità giuridica disgiunta da quella religiosa e tutti gli aspetti della vita sono regolati dalla Sharia, id set dalla Legge divina, contenuta nelle Sacre scritture (Corano, Sunnah ed Igma), che non detta precetti certi e perentori, ma dà indicazioni di massima sul comportamento da tenere nelle varie situazioni. Nei casi più dubbi e problematici si può richiedere il parere (fatwa) dei Dottori della Legge, il quale non è vincolante e può essere contestato da altri saggi (Ulema, Muftì). Tutto ciò ha creato confusione e disomogeneità, in quanto le varie correnti concordano solo sul ruolo rivestito dalla donna nella società: un mero oggetto, un essere inferiore anche ad un animale privo di diritti e tutela (v. Frazer “Il ramo d’oro”), spesso considerato impuro (ad es. durante il ciclo mestruale) .
Nei paesi musulmani lo Stato coincide ed è regolato dalla Religione e questa polemica è stata fonte di conflitti politici tra le varie fazioni che difendevano questa pratica e quelle che la osteggiavano.
Infatti nella religione islamica sannita, relativamente alle mutilazioni femminili, esistono quattro scuole giuridiche di pensiero con argomentazioni molto simili (v. M. Pavone “Abolita l’infibulazione e la mutilazione genitale” ). Per la corrente hanaita e per quella malikita la pratica delle mutilazioni è lodevole, ma non obbligatoria, mentre per quella hambalita la circoncisione è solo raccomandabile per le donne; infine per la shafiita essa è obbligatoria. Leit-motiv di tutte queste fatwe, su cui si basano tutte le opinioni a fondamento delle citate polemiche tra fautori dell’infibulazione e contrari alla stessa, è la mancanza di un divieto esplicito alle mutilazioni genitali rituali e la sostanziale coincidenza delle motivazioni, seppur arrivando spesso a conclusioni differenti. Esse sono fondate su alcuni "valori" legati alla circoncisione ed alle caratteristiche storico geografiche di quei luoghi: pulizia ed igiene della donna, mantenimento della verginità, presupposto per il matrimonio e per avere un ruolo sociale (un’infibulazione non eseguita ad arte può essere causa legittimante il divorzio), limitazione dell'istinto sessuale femminile e similia. Persino in Egitto i giuristi (ex multis Sheikh Youssef Al Qarawi )lasciano la scelta sul sottoporre la donna a questa barbarie ai genitori: in pubblico viene osteggiata, ma in privato è caldeggiata, come è dimostrato dal vero e proprio lavaggio del cervello fatto alle donne che finiscono loro stesse per chiedere di essere infibulate, perché questa pratica non solo fa parte della tradizione locale, ma è considerata come veicolo privilegiato per diffondere i valori di cui sopra e come forma di integrazione nazionale. Una donna, seppur vergine, che non sia infibulata non troverà mai marito, unico modo per essere considerata ed avere un ruolo nella società, in quanto equiparata ad una prostituta, nella migliore delle ipotesi o, come dicono i Bambara, etnia del Mali, è una bikaloro, traducibile con nullità, persona priva di qualsiasi maturità.
E’ la società stessa, non solo le famiglie, a convincere le bambine a sottoporsi a questo rito e la pressione, anche psicologica, non solo etica, è tanto forte che anche quando si trasferiscono in paesi occidentali anelano a queste mutilazioni, perché in caso contrario si sentirebbero prive della loro identità anche di donna, salvo poi, in molti casi, pentirsene amaramente (Magdi Allam“Il dramma dell'infibulazione - In Italia il primato europeo di mutilazioni sessuali”, in La Repubblica 12/02/2000).
In ogni caso si potrebbe attribuire l’origine di questa pratica all’analfabetismo imperante in quelle zone che permette il diffondersi di false credenze,spesso pilotate ad hoc da pochi interessati e difficilmente permette il superamento degli arcaici retaggi dell’ancestrale religione: ad es. in alcune popolazioni vige la superstizione che l’infibulazione sia necessaria per tutelare l’incolumità delle donne, che svolgono prevalentemente, in molte zone, attività pastorizia, in quanto si crede che le bestie feroci le possano assalire attirate dall’odore dell’urina e del sangue mestruale stagnante.
Più probabilmente è un modo per sottomettere la donna all’uomo, padre prima, marito, poi, confermato dalla circostanza che sia diffusa principalmente nelle società patriarcali.
 
 4. COME SI SVOLGE LA MUTILAZIONE RITUALE E LE SUE CONSEGUENZE:
 
L’infibulazione è praticata, come detto, allo scopo, asseritamente, di preservare la purezza, in senso lato e l’integrità, anche morale della vittima, ma, in realtà, annienta la personalità della donna che la subisce, castrandone la sessualità e, in molti casi, ne causa la morte per setticemia o per l’AIDS.
E’ praticata da mammane, figure di incerta definizione: “streghe” o “sciamane” ed ostetriche/levatrici nel contempo.
La bambina (in alcuni luoghi anche neonate) viene immobilizzata su un tavolo, od altro ripiano duro, e, senza l’uso di anestetici, le viene praticata l’ablazione, parziale o totale, con coltelli, schegge di pietra od altri oggetti contundenti, non sempre adeguatamente sterilizzati e usati per una pluralità di vittime, mentre le mammane urlano frasi rituali apotropaiche e le danno consigli. In molte culture viene collocata una scheggia di legno nella vagina per facilitare la cauterizzazione delle ferite ed il passaggio dei liquidi fisiologi, la ferita è suturata, a seconda delle culture, con fili di seta o spine di acacia. Durante questo rito sotto la ragazza vengono arse delle erbe aromatiche e/o della lingua essiccata nell’erronea convinzione che ciò l’aiuti a far rimarginare le lesioni alla vulva; al termine della “cerimonia” alla vittima sono legate ed immobilizzate le gambe, anche per settimane e per 3-4 gg deve seguire solamente una dieta liquida (v. R.H. Dhuale "Circumcision and infibulation in Somalia", pp. 24 - 26). Anche nei paesi più civilizzati queste pratiche vengono eseguite clandestinamente o tra le mura domestiche dalle donne della famiglia dell’infibulanda o da medici compiacenti, non sempre in luoghi adeguatamente sterilizzati, sì da favorire ulteriormente la contrazione di infezioni anche violente.
Nella migliore delle ipotesi le donne riportano “solo” lesioni personali gravi, spesso  ritenzione urinaria, cistiti e talvolta infezioni gravi, malattie veneree, AIDS, raramente emorragie mortali. In tutti i casi è impossibile l’autoerotismo, sono dolorosissimi i rapporti sessuali e difficoltosi i parti.
La vittima deve sacrificare la sua integrità e la sua salute per salvaguardare l’onore ed il ruolo sociale della sua famiglia, nulla importa se i suoi diritti e la sua vita sono immolate per false e tendenziose usanze primordiali: la convincono anche che questi sacrifici sono necessari alla famiglia, alla nazione ed offerti a Dio.
Ancor più assurdi e barbari, per la nostra cultura occidentale, sono i riti della prima notte di nozze e del parto.
Non tutti hanno contezza che per permetterle di sposarsi e di avere rapporti sessuali le donne ( madre o sorella) della famiglia dello sposo ispezionano la nubenda per controllare che abbia subito un’infibulazione a regola d’arte, condicio sine qua non per la validità del matrimonio, come sopra ricordato. Consegnano allo sposo un pugnale rituale col quale allargherà l’orifizio lasciato dalla mutilazione (o più semplicemente riaprirà la ferita), attenuando la barriera che si è creata chirurgicamente, per permettergli l’amplesso. Altra cosa importante: solo all’uomo è riservato il privilegio di trarre piacere dai rapporti coniugali ( v. fonti citate e Pia Grassivaro Gallo "Figlie mutilate d'Africa", 1997; Sirad Salad Hassad "Sette gocce di sangue" e "La donna mutilata"; Marco Mazzetti "Senza le ali", Fondazione Cariplo.”).
Sempre queste parenti dello sposo devono ispezionare la moglie poche settimane dopo il matrimonio e, se necessario, allargare ulteriormente l’apertura vulvare. Questa prima parziale deinfibulazione, però, non è sufficiente a consentire il parto, sì che la donna deve subirne un’altra, salvo , poi, essere nuovamente infibulata dopo ogni parto.
Bisogna dire che questo tipo di cultura, come sopra evidenziato, è talmente radicato in questi popoli, che, spesso, rifiutano di integrarsi e recepire usi e costumi dei paesi ove sono emigrati, sopravvive anche tra le immigrate in occidente, sì che sono numerose quelle che la pretendono, per non sentirsi “diverse”, ergo emarginate, anche nei paesi ove si sono trasferite. Alcune le praticano sulle proprie figlie per preservarle dagli spiriti maligni, a dimostrazione di quanto queste superstizioni ancestrali siano insite nella loro cultura sino a fondersi con le persone stesse.
 
  5. TUTELA LEGISLATIVA E GIURISPRUDENZIALE:
 
Per economia narrativa non elencherò tutte le leggi emesse nei vari stati, rinviando l’approfondimento alle fonti citate in questo brano.
Si ricordi che sin dal 1921, nei territori del Corno d’ Africa e di quella subsahariana sottoposti al dominio inglese si istituirono scuole di levatrici professioniste (la prima in Sudan fondata dalle sorelle Wolf)  per limitare i rischi mortali e per tutelare la salute delle donne e nel 1943, nel Sudan, fu istituito dal Governatorato generale inglese un Comitato medico per studiare il problema della circoncisione femminile, approfondimento che si concretizzò in un opuscolo pubblicato in lingua araba ed in inglese, nel quale si affermava che la circoncisione "faraonica" era molto dannosa e che doveva essere abolita. Nel 1946, a seguito di due fatwe, fu abolita per legge, così come in Egitto, anche se contemporaneamente si ebbe un forte aumento delle mutilazioni clandestine: le levatrici erano arrestate e condannate ad una multa. Il loro arresto si accompagnava a tumulti, sì che un giudice, in una storica sentenza del 1930, affermò che non si potevano debellare queste pratiche arcaiche senza educare la popolazione di ambo i sessi. A tal fine, sempre in Sudan, nel 1980 fu istituito un “Comitato per l'educazione delle pratiche tradizionali della mutilazione genitale femminile” che svolge una funzione divulgativa ed informativa per debellarla, anche se non sempre riesce nei propri intenti. Organismi analoghi nacquero anche in altri paesi (v. Comitato delle donne keniote, paese ove il padre della patria considerava l’infibulazione una pratica culturale importante. In altre nazioni è stata abolita solo di recente (Burkina Faso nel 1985, in Eritrea con una legge del 31/03/2007, che comminava sanzioni variabili da una semplice multa al carcere, proporzionate alla gravità delle mutilazioni).
In Egitto le prime limitazioni a questa pratica sono contenute nel Decreto n. 74 del 1959, emesso dal Ministero della sanità, ribadito, dopo un aspro dibattito interno nel 1994, quando, però, un nuovo decreto la reintroduceva parzialmente, consentendone la pratica solo nelle cliniche, poiché ci si era resi conto che le condizioni della donna non sarebbero migliorate con la sua abolizione, permanendo la sottomissione psico-morale. Solo col Decreto n. 261/96 del medesimo ministero è stata dichiarata illegale e proibita, divieto ribadito dalla sentenza della Suprema corte di Cassazione amministrativa egiziana del 28/12/97.
In campo internazionale si ricordino la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la Dichiarazione ed il Programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995 nella quarta Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne.
In Italia è stata introdotta una prima vera legge, la c.d Legge Consolo (n. 07/06) che riconosce questa pratica e ne dichiara l’illegalità, sanzionando con pene severe tra i 4 ed i 12 anni di carcere chiunque infligga una mutilazione genitale femminile in assenza di scopi e ragioni terapeutiche, introducendo il reato di cui all’art. 583 bis cp.
Per molti affrontare questo argomento è ancora un tabù a dimostrazione di quanto questa tradizione barbarica sia, in definitiva, poco conosciuta e come difficilmente venga affrontata questa problematica nei tribunali di tutto il mondo, anche per il pudore e la vergogna delle donne sottoposte a questo rito a rendere pubblica la violenza subita. Si pensi che la co-autrice del film-documentario di Theo Van Gogh “Submission” sulla condizione delle donne nell’islam, anche per aver affermato di esser la prima donna infibulata della sua famiglia ad avere contezza dei sui diritti ed a denunciare la soggezione psicologica cui sono sottoposte le donne nei paesi islamici, è stata colpita da una fatwa ( condanna a morte) e deve vivere sotto protezione.
Le sentenze su questo argomento sono scarse: in Italia l’unica di una certa importanza è quella emessa dal Trib. Mi sez. IV pen. del 25/11/99, sotto alcuni aspetti antesignana della Legge Consolo; anche all’estero sono rare. Si ricordi quella emessa dal “Tribunale amministrativo di Oldenburg (nordovest della Germania), che ha accolto il ricorso di una giovane di ventitrè anni scappata dal Togo proprio per la minaccia di subire mutilazioni. I giudici tedeschi hanno ritenuto che le mutilazioni genitali siano una forma di persecuzione paragonabile alla tortura; in realtà le mutilazioni sono in Togo vietate per legge dal 1998, ma la legge stessa viene solo raramente applicata” (www.meltingpot.org del 28/05/04). Infine un’altra storica condanna di questa pratica è contenuta in una pronuncia di un tribunale svizzero (www.lapagina.ch).
 
 
 6. RIFLESSIONI CONCLUSIVE:
 
Per concludere questo lungo excursus sull’infibulazione, si evidenzi come questa prassi si fondi su convinzioni primordiali, quasi impossibili da debellare e che, per contrastare questo fenomeno gioverebbe che le persone coinvolte (vittime ed esecutori) avessero una migliore concezione di se stesse e  un maggiore rispetto dei diritti propri ed altrui.
In primis dovrà essere fatta una campagna contro l’analfabetismo, una delle prime cause del radicarsi di queste credenze, e si dovrà diffondere, con molto coraggio e lungimiranza, una cultura dell’uguaglianza tra uomo e donna o, per lo meno, dividere o rivedere alcune pratiche sociali ancora troppo legate a questi riti arcaici.
Solo dall’alfabetizzazione e dall’educazione culturale, oltre da un’estirpazione di falsi miti, ma soprattutto dalla consapevolezza dell’uguaglianza dei sessi si potrà sperare in un effettivo miglioramento della situazione. Le immigrate dovrebbero essere più aperte alle usanze dei paesi in cui si sono trasferite, senza temere con ciò di dover rinunciare alla loro identità nazionale e religiosa.
 
 
Giulia Milizia.
Avvertenze legali

(www.diritto.it)



permalink | inviato da federicamancinelli il 5/1/2009 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 dicembre 2008
STORIA E TRADIZIONE
Possibile che ancora oggi.....

Possibile che ancora oggi a distanza di secoli la discriminazione nei confronti delle donne sia ancora un problema troppo difficile da risolvere? La donna ha sempre avuto un ruolo marginale nella storia, perché fin dall'età antica è stata sottomessa all'uomo, quale il padre, il marito o il fratello ed esclusa dal mondo del lavoro e confinata tra le pareti domestiche.

All'uomo toccò l'incarico di mantenere la famiglia, sulle donne venne a ricadere, invece, la cura della casa e dei figli. Le cose cominciarono a cambiare con le rivoluzioni del XIX secolo, quando esse iniziarono a chiedere con forza l'uguaglianza e cominciarono a lavorare fuori di casa e nelle fabbriche. Bisognerà aspettare, però, il Novecento per ottenere risultati positivi, sia nell'ambito del lavoro che in quello dei diritti civili. Il loro primo insediamento di massa nelle fabbriche si ebbe durante la I Guerra Mondiale, quando vennero chiamate a ricoprire i posti lasciati vacanti dagli uomini. Con la II Guerra Mondiale si ripeté lo stesso schema, ma sta volta non tornarono a casa:l'espansione economica del dopoguerra permise loro di mantenere i posti di lavoro.
In anni recenti, con la scolarizzazione di massa e l'affermazione del settore terziario, le donne si sono inserite in tutte le attività produttive, comprese quelle ritenute tradizionalmente "maschili" come medicina, ingegneria, avvocatura. Ancora più difficile è stata la lotta da loro combattuta per vedere riconosciuti i propri diritti politici. La prima grande battaglia politica di questo secolo fu portata avanti dalle suffragette inglesi, dal 1903 in poi, per ottenere il diritto di voto. Nel periodo tra le due guerre, quasi tutte le nazioni europee concessero il suffragio universale e allora il movimento femminista rallentò la sua spinta. La lotta riprese più viva alla fine degli anni Sessanta, con le donne scese in piazza per ottenere i diritti civili (divorzio, aborto, tutela della maternità) e per costruire una nuova società di uguali. Oggi possiamo affermare che nei Paesi Occidentali, i diritti delle donne sono legalmente riconosciuti, ma non bisogna dimenticare la situazione drammatica che le riguarda nel Terzo Mondo e soprattutto quelle sotto i regimi islamici.
Le donne lì sono abituate a vivere in casa come in una prigione e devono chiedere il permesso al marito persino per farsi curare da un medico. Infibulazione, Aids, violenza domestica, matrimoni precoci: "nascere donna significa avere un destino segnato". Una ragazza ogni venti contrae una malattia che i medici chiamano Vvf: a causa delle mutilazioni genetiche e dei rapporti sessuali prematuri si sviluppa una strana forma di incontinenza e i mariti abbandonano subito queste donne "sudicie" che finiscono in strada ad elemosinare.
Non significa che anche oggi nel mondo "occidentale" non persistano discriminazioni e violazioni dei diritti verso loro, vittime ancora di violenze del tutto inaudite. Basti pensare che nella nostra civilissima Italia l'assassinio contro le donne è al primo posto di questo tipo di reato.
La liberazione di questa parte dell'umanità definita "l'altra metà del cielo" è dunque solo all'inizio!

Tania D' Addona, Ilenia Palladino
(
www.iltempo.it)



permalink | inviato da federicamancinelli il 16/12/2008 alle 7:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Una società nasce dall’unione di individui che stabiliscono leggi e norme per governare se stessi in relazione agli altri ed ottenere da questi rapporti vantaggi e benefici che non otterrebbero individualmente.
Le Leggi, per loro natura intrinseca, devono seguire il corso dell’evoluzione umana per salvaguardare il diritto di ogni individuo di esercitare i propri diritti all’interno del proprio gruppo sociale.
La legge 7/2006 rappresenta nel panorama normativo italiano ed internazionale un mezzo di difesa e prevenzione.
L’ordinamento giuridico italiano si è dotato di uno strumento non solo repressivo, ma necessario e utile per creare una nuova cutura di diritti, un nuovo modo di entrare nella comunità.
Affinché nel nostro Paese nessuno debba mai più pagare un prezzo per la propria esistenza.


Federica Mancinelli

(Tutti i testi - salvo altra indicazione - sono tratti da "LA LEGGE CONSOLO PER LA PREVENZIONE E IL DIVIETO DELLE PRATICHE DI MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE", Federica Mancinelli, Giugno 2006)




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