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LaLeggeConsolo
Per le Donne, per la Giustizia
22 maggio 2014
EGITTO

PER LA PRIMA VOLTA MEDICO A PROCESSO

Raslan Fadl deve rispondere della morte della 13enne Sohair in seguito a un intervento di mutilazione genitale femminile. Nel Paese la pratica è illegale dal 2008

 

Sohair al-Bata’a, morta a 13 anni a causa di un intervento di mutilazione genitale femminile  Sohair al-Bata’a, morta a 13 anni a causa di un intervento di mutilazione genitale femminile
 

Il dottor Raslan Fadl ha sempre negato le accuse a suo carico e ha spiegato che Sohair al-Bata’a è morta per una reazione allergica alla penicillina. «Quale circoncisione? Non c’è stata alcuna circoncisione. È tutto un complotto di questi cani», ha detto il medico accusando gli attivisti per i diritti umani. Ma la stessa nonna della vittima ha ammesso che c’è stato un intervento di mutilazione genitale, anche se si è detta contraria alla decisione di portare il caso in tribunale. «Era il destino di Sohair - ha detto -. Cosa possiamo fare? Lo ha deciso Dio».

 

 

Pratica in calo

Una manifestazione contro le Mgf nel 2007 in Kenya (Ansa)
Una manifestazione contro le Mgf nel 2007 in Kenya (Ansa) Secondo l’Unicef il 91 per cento delle egiziane che hanno tra i 15 e i 49 anni e sono sposate, è stato sottoposto a un intervento di mutilazione genitale femminile, il 72 per cento ad opera di medici. I dati dimostrano però che il ricorso alla pratica è in calo: ha subito gli interventi il 63 per cento delle donne nel 2008 contro l’82 del 1995. Ma nelle zone rurali, dove è inferiore il livello di istruzione, la popolazione sostiene ancora l’utilità delle mutilazioni genitali femminili. Si pensa che preservino le donne dall’adulterio (frenando il loro piacere sessuale) oppure che siano un rito di iniziazione all’età adulta; o ancora che addirittura favoriscano la fertilità. «Noi circoncidiamo tutte le nostre figlie, fa bene alle ragazze», ha dichiarato al Guardian Naga Shawky, casalinga di 40 anni che vive nello stesso villaggio dove viveva Sohair. «La legge non ci fermerà. Così hanno fatto i nostri nonni e così faremo noi», ha aggiunto la donna. Mostafa, contadino di 65 anni, non sapeva nemmeno che le mutilazioni genitali femminili fossero state vietate. «Tutte queste ragazze sono circoncise. Ora cosa dovrebbe succedere? - si chiede - le nostre due figlie sono circoncise. Si sono sposate e hanno avuto figlie circoncise a loro volta».

Questione culturale, non religiosa

Per tanti, compresi gli abitanti del villaggio di Sohair, le mutilazioni genitali femminili sono legate ai precetti della religione islamica ma non è così (tant’è che nello stesso villaggio la pratica è seguita anche dalle comunità cristiane). «È una questione culturale e non islamica», spiega Suad Abu-Dayyeh, rappresentante regionale del gruppo per i diritti umani «Equality Now». «In Sudan e in Egitto la pratica è diffusa. Ma nella maggior parte dei Paesi arabi le persone non pensano sia una questione religiosa - continua Suad Abu-Dayyeh - E infatti c’è una fatwa che vieta le mutilazioni genitali femminili». Ecco perché questo processo in Egitto contro il dottor Fadl - appena iniziato e aggiornato al prossimo 19 giugno - è importante e potrà contribuire a cambiare un po’ le cose.

 

(www.corriere.it, Angela Geraci)

 




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11 aprile 2013
SALUTE E MEDICINA

Corso sulle Mutilazioni genitali femminili a Genova

 
Corso sulle “Mutilazioni genitali femminili" a Genova

Genova - Domani,  dalle 8.30  alle 18, presso l’ Aula Magna del Gaslini, si terrà un corso sulle “mutilazioni genitali femminili” al fine di trasmettere le generali conoscenze del fenomeno e sviluppare abilità di approccio alle persone e della normativa vigente in Italia.

Il corso vuole contribuire alla prevenzione e alla eliminazione delle pratiche tradizionali nocive e delle mutilazioni genitali femminili, creando una cultura di approccio al fenomeno che metta in primo piano la tutela dei diritti e della salute delle donne e delle bambine, e dare gli strumenti, cognitivi e interpretativi, per un approccio adeguato al dialogo con la famiglia.

(www.primocanale.it)

 

 

 
 
 



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28 marzo 2013
DALLE REGIONI D'ITALIA

Marche: Solazzi, contro infibulazione, parte progetto 'Legami impropri'

(ASCA) - Ancona, 28 mar - ''La pratica delle mutilazioni genitali femminili e' molto diffusa nel mondo, soprattutto in Africa, ma a causa del fenomeno della migrazione si sta diffondendo anche nel nostro Paese, nella nostra societa', nei nostri territori. Il progetto Legami impropri, realizzato in collaborazione con il liceo artistico statale Mannucci di Fabriano, chiude la serie di eventi sui diritti delle donne promossi nel mese di marzo dall'Assemblea legislativa delle Marche in collaborazione con la Commissione regionale Pari opportunita'.

Si tratta di un'iniziativa intelligente che utilizza una forma espressiva, quella della mail art, che trovo molto efficace''. Lo ha sottolineato il presidente dell'Assemblea, Vittoriano Solazzi, nel corso della presentazione dell'iniziativa ad Ancona. E' ispirato alla risoluzione dell'Onu che nel 2012 ha messo al bando la pratica delle mutilazioni genitali il progetto ''Legami impropri'', una campagna di sensibilizzazione contro il fenomeno dell'infibulazione realizzata con il patrocinio del Consiglio regionale. ''Legami impropri'' fa parte di un piu' ampio progetto ''Pensare la forma, la forma per pensare'' che ha preso il via l'anno scorso e che ''intende fornire - ha spiegato il curatore e critico d'arte Claudio Baldassarri - suggestioni formali e sollecitare l'attenzione su temi etici per il tramite della mail art''.

Alla presentazione del progetto e' intervenuta anche Giulietta Breccia, Dirigente scolastico del liceo artistico Mannucci di Fabriano. Presente l'assessore del comune di Fabriano, Mario Paglialunga e in rappresentanza della Commissione regionale Pari Opportunita', Antonietta Masturzo che ha assicurato piena disponibilita' della Commissione regionale. Secondo i dati piu' aggiornati di fonte Oms (Organizzazione Mondiale della Sanita'), sono in tutto il mondo tra 100 e 140 milioni le bambine, ragazze e donne che hanno subito una forma di mutilazione genitale.

L'Africa - e' detto in una nota - e' il continente in cui il fenomeno e' piu' diffuso con 91,5 milioni di ragazze di eta' superiore a 9 anni vittime di questa pratica, e circa 3 milioni le altre vittime che ogni anno si aggiungono al totale. La pratica dell'infibulazione e' documentata e monitorata in 27 paesi africani e nelle Yemen. In altri Stati - India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Istraele - l'Unicef ha la certezza che vi siano vittime della mutilazione genitale femminile, ma mancano indagini statistiche attendibili. Meno documentata e', invece, la situazione in America Latina e in altri paesi dell'Asia e Africa. Sono segnalati anche casi di mutilazioni dei genitali femminili in paesi occidentali, limitatamente ad alcune comunita' di migranti.

pg/red

ASCA





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6 febbraio 2013
OGGI GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Mutilazioni genitali: da Roma appello 70 paesi

Terzi: 'basta pratica disumana'. Al mondo 140 mlilioni di bimbe vittime

Mutilazioni genitali: da Roma appello 70 paesi

Dare nuovo slancio alla lotta contro le mutilazioni genitali femminili, per metterle al bando in tutto il mondo il prima possibile. E' l'obiettivo che l'Italia si è posta promuovendo alla Farnesina una due giorni di confronto fra 70 paesi sulle politiche di contrasto ad una pratica di cui sono vittime 140 milioni di bambine, soprattutto in Africa ma che colpisce anche l'Europa e l'Italia. All'evento, organizzato dalla ong 'Non c'é pace senza giustizià, hanno partecipato delegati da tanti paesi africani, attivisti ed esponenti dalla società civile e si è aperto con un minuto di silenzio proposto dal sottosegretario agli Esteri Marta Dassù "contro le vittime di questa violenza".

Si è partiti dall'importante successo ottenuto lo scorso dicembre all'Onu, che ha adottato una risoluzione - co-sponsorizzata dall'Italia - per mettere al bando le mutilazioni genitali. Adesso, si tratta di dare completa attuazione a questo documento, per vincere una battaglia che va avanti da 28 anni, ha ricordato il ministro degli Esteri Giulio Terzi, avvertendo: "non devono passarne altri 28 per estirpare questa pratica dalla faccia della terra". Dal ministro del Lavoro Elsa Fornero alla first lady del Burkina Faso Chantal Compaoré, dal sottosegretario Dassù alla vicepresidente del Senato Emma Bonino, l'appello è stato unanime: continuare a mantenere alto l'impegno a livello internazionale su questo fronte. La Fornero, in particolare, ha auspicato "nuovi percorsi che possano accompagnare le donne e le famiglie, anche in Italia, verso l'abbandono di queste pratiche attraverso un sostegno attivo, sia diretto, con il ricorso a servizi competenti, sia indiretto, con la circolazione di informazioni e con l'attività di sensibilizzazione".

La strada è "irta di ostacoli" ma i risultati finora sono stati "incoraggianti", ha sottolineato Terzi, perché si allarga il fronte dei paesi che abbandonano le mutilazioni genitali: ben 9775 comunità di 15 paesi nel 2012, grazie al programma Unfpa/Unicef finanziato anche dall'Italia, che sta vagliando un nuovo contributo da 1,5 milioni per il 2013. La pratica è però ancora molto diffusa e quindi bisogna accelerare, hanno convenuto i partecipanti all'evento, che nel documento finale si impegnano a: fare conoscere la risoluzione e assicurarne l'effettiva applicazione; implementare e rafforzare le misure politiche e legislative sulla materia a livello nazionale, regionale e internazionale; consolidare e accrescere la cooperazione regionale e internazionale per rispondere più efficacemente al persistere della pratica. Il prossimo appuntamento sarà il prossimo marzo, a New York, con la riunione della Commissione Onu sulla condizione della donna, che avrà come tema l'eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro donne e bambine. In quella sede l'Italia organizzerà, come l'anno scorso, un'iniziativa di sensibilizzazione sulle mutilazioni genitali.




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5 febbraio 2013
DOMANI LA GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

 

GIUSEPPE CONSOLO:

"CONDANNE DEGLI ABUSI E PREVENZIONE CULTURALE DIFFUSA"

 

"Solo una campagna seria e capillare di consapevolezza sociale e culturale che possa infondere fiducia nelle vittime e dar loro assistenza qualora si ravvisi fattispecie di reato potrà davvero sconfiggere l'atroce piaga delle mutilazioni genitali femminili". E' quanto dichiara Giuseppe Consolo, padre della Legge italiana contro le mutilazioni genitali femminili,  alla vigilia della Giornata Mondiale contro questo fenomeno assai diffuso anche in Italia.

 

"Il binomio è inscindibile" - spiega Consolo - "da un parte il fenomeno va debellato alla radice: esso non è una tradizione religiosa, ma un atroce delitto contro la persona, perpetrato ai danni di piccole e piccolissime bambine, solo per assurde tradizioni colpevolmente tramandate nelle generazioni a causa della paura dell'esclusione sociale. Dall'altra, data la costante e provata colaborazione del Dicastero per le Pari Opportunità e delle Forze dell'Ordine, bisogna certamente assistere, anche psicologicamente e socialmente, le donne che trovano il coraggio di denunciare".

 

"La piaga delle mutilazioni genitali femminili - conclude Consolo - è uno degli effetti più perversi del processo di immigrazione che anche il nostro Paese sta conoscendo in questi anni: lavoriamo tutti insieme, Politica, Associazioni, Comunità sociali e religiose, affinché anche l'Italia possa trasformarsi finalmente in un vero Paese di accoglienza e di pieno rispetto di ogni persona umana".

 




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18 gennaio 2013
IMPORTANTE SENTENZA DELLA CORTE D'APPELLO DI CATANIA

Scappa dall’infibulazione, nigeriana ottiene lo status di rifugiata in Sicilia

Storie di BlogSicilia

di Veronica Femminino

Sin da quando eravamo piccole ci hanno insegnato che essere donna equivale a lottare e che è merito delle donne che ci hanno preceduto se oggi possiamo godere di certi diritti. In alcuni Paesi del mondo essere donna rappresenta non soltanto una grave limitazione all’autodeterminazione, ma una condizione che compromette l’incolumità personale. Per sentirsi libere e al sicuro, molte donne hanno dovuto fuggire in un Paese straniero.

Vi raccontiamo la storia di una di loro. Mahdi – così la chiameremo per tutelare la sua privacy – ha 30 anni ed è nata in Nigeria. Oggi vive in provincia di Siracusa, insieme ad un compagno che la ama e si prende cura di lei. Un anno e mezzo fa ha ricevuto dalla vita il dono più prezioso, diventare madre di uno splendido bambino. A pochi giorni dal Natale, la legge italiana le ha fatto un regalo altrettanto grande, concedendole la protezione internazionale e lo status di rifugiata. Un traguardo che Mahdi ha desiderato a lungo, nelle innumerevoli notti insonni trascorse senza sapere cosa ne sarebbe stato della propria esistenza, se avrebbe potuto allevare il proprio bambino o dovesse piuttosto prepararsi a dire addio al suo sogno di essere donna e madre, libera.

Mahdi è arrivata in Italia il 20 gennaio 2009. La sua vita sembra uscita dalle pagine di un libro, la sua storia è la dimostrazione concreta che anche sull’incubo peggiore può essere scritta la parola fine. La sua tragedia inizia in Nigeria, quando nel 2008 la famiglia d’origine la conduce, con l’inganno, in un villaggio dove avrebbe dovuto subire l’infibulazione. Mahdi, sottoposta a violenze e percosse, è riuscita a fuggire nella notte e ad intraprendere un viaggio lungo e pericoloso attraverso diversi Paesi, sino a giungere in Italia.

Sulla sentenza della Corte di Appello di Catania, depositata il 17 dicembre 2012, si legge che Mahdi “ha subito atti persecutori legati alla appartenenza al genere femminile” e che le viene riconosciuto lo status di rifugiata “in quanto ella adduce ragionevole timore, fondato su fatti già avvenuto nel suo paese, di subire violenza per la appartenenza al genere femminile e specificamente di avere corso e correre il rischio di essere sottoposta nel suo paese di origine ad un trattamento inumano e degradante quale è la pratica della infibulazione“.

Si tratta di una sentenza rivoluzionaria. La protezione internazionale a Mahdi infatti, è stata concessa sulla base del suo racconto ed esula dai casi sinora esplicitamente previsti dalla Convenzione di Ginevra del 1951.
Un risultato per ottenere il quale ha dovuto affrontare un lungo iter burocratico e processuale, nel corso del quale è stato determinante il
sostegno fornitole da un centro di accoglienza per immigrate, la Casa Amica di Ispica  di cui è responsabile Vera Ventura, che ha preso molto a cuore il caso ed ha voluto fermamente che questo fosse seguito da un avvocato donna di cui conosceva già tenacia e determinazione, Elena Frasca del Foro di Modica.

Insieme a Simona Cascio, presidente dell’ARCI Comitato Territoriale di Siracusa, si è dunque formata una rete di donne a difesa di un’altra donna indifesa.

La domanda di protezione internazionale presentata dalla ragazza alla Commissione Territoriale di Siracusa era stata rigettata in primo grado dal Tribunale di Catania nel marzo del 2010, lasciando Mahdi nello sconforto. Troppo rischioso tornare in Nigeria per lei, che non ha mai voluto vivere da clandestina, che ha scelto l’Italia per ricominciare da capo. La sentenza della Corte di Appello adesso ha cambiato il suo destino.

Mahdi non riesce ancora a crederci. Ci racconta di lei il suo legale, Elena Frasca – collaborata per l’aspetto del gratuito patrocinio dal collega Giovanni Favaccio – per la quale Mahdi è diventata prima di tutto un’amica, un innegabile esempio di coraggio e tenacia. “E’ una sentenza – commenta l’avvocato – di fondamentale importanza, nella quale viene fatta una dettagliata e approfondita analisi del contesto culturale e sociale africano. In altri casi del genere, la protezione è stata riconosciuta solo temporaneamente. Madhi ha vissuto per anni nel terrore di essere espulsa”.

La ragazza porta ancora i segni delle violenze e torture subite per piegarla all’infibulazione: “Ella ha infatti raccontato – si legge nella sentenza – di essere stata picchiata nel corso del tentativo di sottoporla a mutilazione ed invero i segni di queste percosse sono ancora visibili all’esame medico“. Mahdi ce l’ha fatta, ma secondo Amnesty International sono 3 milioni le donne che ogni hanno vengono sottoposte a mutilazione genitale femminile in 30 Paesi del mondo, 140 milioni in totale quelle che hanno subito tale pratica, con irreversibili danni fisici e psicologici.

Un aspetto sottolineato da Elena Frasca. “La storia di Mahdi – dice ancora il legale – è per noi una grande vittoria. Dopo la sentenza, la fatica dovuta ad anni di attesa, carte e aule giudiziarie è passata in secondo piano. Non dimenticherò mai le lacrime di questa giovane mamma dopo aver saputo che L’Italia era finalmente la sua casa, l’abbraccio liberatorio con il quale mi ha ringraziata. Un’esperienza umana e professionale che porterò nel cuore per sempre”.

Una vicenda che senza dubbio servirà di esempio alle donne. Come evidenzia la Corte di Appello di Catania, citando una nota dell’UNHCR: “La pratica della mutilazione genitale femminile fa parte di un più ampio modello di discriminazione contro ragazze e donne in una specifica società. Anche se una donna è riuscita a sottrarsi alla MGF, o si rifiuta di sottoporre a tale pratica le sue figlie, ella corre il rischio concreto, anche se riesce a sfuggire alla mutilazione, di essere considerata, nel paese ove essa è praticata, un oppositore politico ovvero come un soggetto che si pone fuori dai modelli religiosi e dai valori sociali, e quindi essere perseguitata per tale motivo”.

Lo scorso dicembre, le mutilazioni genitali femminili sono state messe al bando dall’Onu, con una risoluzione che esorta gli Stati membri “ad intraprendere tutte le misure necessarie a varare leggi che proteggano le donne e le ragazze da questa forma di violenza, mettendo fine all’impunità”.

“Probabilmente – conclude Elena Frasca – anche questo ha inciso favorevolmente sulla sentenza di Mahdi. Non ci resta che sperare che i singoli Stati legiferino al più presto per impedire che tali barbarie continuino a verificarsi”.

Il 6 febbraio ricorre la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, istituita dall’Onu nel 2003. Il nostro augurio è che le donne in pericolo di essere mutilate, o che lo sono già state, riescano, e non soltanto in quel giorno, a denunciare la grave ingiustizia di cui sono vittime e a sperare, con l’aiuto della società civile e delle istituzioni, in un avvenire nel quale essere donna non sia sinonimo di violenza e sopraffazione.

(http://catania.blogsicilia.it)

 




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24 novembre 2012
IL CASO

Infibulazione: genitori assolti

Verona, bimbe incise: «In patria sarebbero state discriminate». Furono i primi ad essere condannati grazie alla nuova legge, sentenza ribaltata in Appello

VERONA — A marzo del 2006, quando deflagrò il caso, a Verona venne per la prima volta in Italia applicata l'allora neonata legge anti-infibulazione, quel dettato normativo che aveva riscosso il plauso di tutte le forze parlamentari e che prevede la severa punizione per le mutilazioni genitali, in primis agli organi femminili. A distanza di sei anni dalla doppia denuncia dei genitori di due bambine e due anni dopo la loro condanna in primo grado su decisione del giudice Raffaele Ferraro, entrambi sono stati assolti dalla seconda sezione della Corte d’appello di Venezia. Un verdetto clamoroso, che ribalta le sentenze pronunciate dalla magistratura scaligera nell’aprile del 2010 e che, di fatto, «azzera» gli otto e i quattro mesi che all’epoca erano stati rispettivamente inflitti al papà di una delle due bimbe e alla mamma della seconda.

Difesi sin dall’inizio di questa vicenda dagli avvocati Valentina Lombardo ed Elisa Lorenzetto, i genitori delle piccole sono stati assolti da ogni accusa con formula piena, «perché il fatto - hanno decretato i magistrati lagunari - non costituisce reato ». E così, alla fine, a uscire «mutilata» dal processo di secondo grado, è stata proprio la mega inchiesta che aveva visto la prima applicazione in Italia delle norme anti-infibulazione. Per conoscere nei dettagli le motivazioni dei giudici di Venezia bisognerà attendere il loro deposito previsto tra novanta giorni; nel frattempo, comunque, è la stessa difesa a sottolineare come «l’assoluzione dei genitori delle bambine » sia stata «pronunciata sotto il profilo soggettivo» e come sia stato lo stesso procuratore generale, a coronamento della propria requisitoria, a sollecitare una sentenza di «non colpevolezza» sia per il padre che per la madre delle due piccole. «Da parte nostra - precisano gli avvocati Lombardo e Lorenzetto - abbiamo sempre sostenuto che non si è trattato di infibulazione e che, invece, era stata praticata solo una piccola incisione che, come accertato dai nostri consulenti, non pregiudicherà lo sviluppo sessuale con la crescita».

Secondo i legali, dunque, «non ci fu una mutilazione, una menomazione o un atto violento», bensì - al contrario «un’incisione minimale», di pochi millimetri, praticata agli organi genitali femminili. Una tradizione di lunga data, capillarmente diffusa in alcune zone della Nigeria e, in particolare, tra la tribù dei Bini. Ed è proprio da quest’ultima che provenivano i genitori al centro dell’intera vicenda: «È una pratica antica e già in primo grado, nel corso delle udienze, avevamo dimostrato che, nella tribù dei Bini, se una bimba non ha subito questo intervento viene discriminata». Ed è proprio per questo motivo che, per esempio, la madre di una delle piccole avrebbe ceduto alle pressioni dei parenti. «I testimoni hanno raccontato come dall’Africa insistessero affinché lei trovasse il modo di far operare la figlioletta e lei, alla fine, ha dovuto cedere alle insistenze dei familiari rimasti in patria». Una circostanza confermata anche dal cognato della donna, che la ospitò nel 2006, per circa sei mesi: «Era incinta, e spesso parlava con suo marito al telefono. Lui le diceva che avrebbe dovuto far operare la bimba, quando sarebbe nata. Ma lei non voleva, era contraria. Lui però insisteva ». Obbedirgli, le costò prima la denuncia e poi la condanna. Con il verdetto , però, la Corte d’appello ha riscritto questa storia da capo.

(www.corriere.it)

 




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5 novembre 2012
FORMAZIONE

Mutilazioni genitali femminili, la Asl
ente capofila di un progetto formativo

 
 
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 (foto: Ufficio stampa Asl)
(foto: Ufficio stampa Asl)

SASSARI. Prevenire le mutilazioni genitali femminili (mgf) e i danni conseguenti a carico dell'integrità della persona, della salute e della vita riproduttiva e sessuale. Sono questi gli obiettivi del ciclo di incontri organizzati dal servizio Formazione della ASL n.1 e in programma  a Sassari a partire dal 29 ottobre fino al 4 dicembre 2012. L'intervento formativo intende offrire uno strumento di lavoro agli operatori sanitari e socio-culturali per accogliere e curare con attenzione e professionalità le donne che hanno subito mutilazioni ai genitali così come disciplinato dalla linee guida adottate dal ministero della Salute con decreto del 17 dicembre 2007. Le mgf determinano danni irreversibili sulla salute delle donne con conseguenze anche psicologiche.
 
La Regione Sardegna con deliberazione n. 44/34 del 14.12.2010 ha affidato agli uffici di formazione delle due Asl capofila, Sassari e Cagliari, uno stanziamento di risorse finanziarie per organizzare, coordinare e supervisionare la formazione degli operatori sanitari. Il ciclo di interventi formativi organizzati a Sassari dal servizio formazione della ASL n. 1 vedranno per la prima volta insieme ginecologi, ostetriche, pediatri, assistenti sanitari, assistenti sociali e psicologi dei punti nascita e dei Consultori provenienti dalle AA.SS.LL. di Sassari, Olbia, Nuoro, Lanusei e Aou di Sassari. Ad impartire le informazioni arriverà a Sassari un gruppo di esperti provenienti da Firenze. L’obiettivo è quello di instaurare un rapporto di fiducia medico-paziente. Il corso di formazione è accreditato ECM (16 crediti formativi).

(www.sassarinotizie.com)

 




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22 ottobre 2012
SULLA LEGGE CONSOLO

La consapevolezza aiuta a far diminuire le mutilazioni genitali femminili
 

La legge italiana che vieta le pratiche di mutilazione genitale femminile (FGM) è attualmente al top delle legislazioni mondiali su tale soggetto. Questo è emerso dall’incontro di discussione sull’impegno dell’Italia nella promozione dell’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili, tenutosi questa mattina al Senato della Repubblica, Sala Capitolare, e organizzato dal gruppo di lavoro parlamentare su salute globale e diritti delle donne, a cui ha anche partecipato il Ministro degli Affari Esteri, giulio Terzi di Sant’Agata.
Sono oltre 130 milioni le donne e ragazze nel mondo che hanno subito una qualche forma di mutilazione dei genitali. Si stima che in Europa sarebbero oltre 500 mila e in Italia circa 39.000.
“Le mutilazioni genitali femminili sono una gravissima violazione dei diritti umani. Esse sono utilizzate come forma di controllo sulle donne e sulle bambine, condizionandone dolorosamente tutta l’esistenza”, ha affermato Dora Bognandi, responsabile del Dipartimento Affari pubblici e Libertà religiosa della Chiesa avventista in Italia, che ha partecipato all’incontro al Senato. “Per combattere questa terribile usanza, bisogna incrementare sempre più le operazioni culturali presso i popoli che la praticano e sensibilizzare i governi affinché legiferino in proposito. La decennale lotta contro le FGM sta portando i suoi frutti, infatti diminuiscono le persone che la praticano”, ha aggiunto Bognandi.
I dati raccolti dall’UNICEF mostrano un crescente calo della diffusione di questa pratica presso le donne più giovani (15-24 anni), segno che le famiglie che decidono di non sottoporre le figlie alla pratica sono in aumento, e confermano l’ipotesi di una diminuzione della pratica nei contesti urbani rispetto a quelli rurali. Trova anche conferma l’idea che donne con un più alto livello di istruzione hanno una maggiore tendenza ad abbandonare la pratica.
“Ma non bisogna abbassare la guardia – ha concluso Bognandi - perché le cose possono cambiare se chi lotta per il bene ci crede più di chi pratica il male”.

(www.avventisti.it)

 




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22 ottobre 2012
IN ITALIA

In Italia 40mila bambine sottoposte
a infibulazione: interrogazione a Balduzzi

Palagiano: «È il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila casi».

Proposta in discussione all'Onu

MILANO - «Secondo l'Oms, sono 135 milioni nel mondo le bambine che sono sottoposte ad infibulazione. Solo in Italia si calcola che le vittime siano circa 40mila. È il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila casi. L'infibulazione ha gravissime conseguenze sia fisiche che psicologiche». Parole scritte in una interrogazione di Antonio Palagiano, capogruppo Idv in Commissione Affari sociali alla Camera e responsabile Sanità del partito, indirizzata al ministro della Salute Renato Balduzzi. «Il problema dell'infibulazione investe pienamente anche il nostro Paese. Secondo l'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), in Italia, ogni anno ci sono 2-3mila bambine a rischio di essere infibulate e nella sola capitale, dal 1996 ad oggi, sono state curate oltre 10mila donne immigrate vittime di questa pratica» scrive Palagiano.

LA LEGGE - «In Italia la legge n. 7 del 9 gennaio 2006, vieta la mutilazione genitale femminile, punendo chi la pratica con pene fino a 12 anni di reclusione e, per il medico che ne fosse autore, con l'interdizione dalla professione. Secondo l'Inmp, nel nostro Paese ci sarebbero ancora alcuni medici e anziane donne delle comunità migranti che, a pagamento, praticano l'infibulazione, spesso senza anestesia e con strumenti non sterili. Per aggirare le misure previste dalla nostra normativa, le bambine vengono spesso ricondotte nel Paese d'origine per subire l'orrenda procedura. In molti Paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale o in quelli che effettuano piercing e tatuaggi - spiega il capogruppo Idv in Commissione affari sociali -. Per questo, chiediamo al ministro della Salute Balduzzi se non intenda avviare uno studio per definire il fenomeno dell'infibulazione in Italia anche in rapporto a quanto previsto dalla legge 7/2006 e promuovere campagne di sensibilizzazione nei confronti di un fenomeno che pare tutt'altro che superato, con particolare attenzione alle scuole e quindi a giovani e adolescenti». Pochi giorni fa all'Onu è stata discussa un proposta di risoluzione contro le mutilazioni genitali femminili avanzata dal gruppo dei Paesi africani e che potrebbe essere approvata entro l'anno.

(www.corriere.it)




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Una società nasce dall’unione di individui che stabiliscono leggi e norme per governare se stessi in relazione agli altri ed ottenere da questi rapporti vantaggi e benefici che non otterrebbero individualmente.
Le Leggi, per loro natura intrinseca, devono seguire il corso dell’evoluzione umana per salvaguardare il diritto di ogni individuo di esercitare i propri diritti all’interno del proprio gruppo sociale.
La legge 7/2006 rappresenta nel panorama normativo italiano ed internazionale un mezzo di difesa e prevenzione.
L’ordinamento giuridico italiano si è dotato di uno strumento non solo repressivo, ma necessario e utile per creare una nuova cutura di diritti, un nuovo modo di entrare nella comunità.
Affinché nel nostro Paese nessuno debba mai più pagare un prezzo per la propria esistenza.


Federica Mancinelli

(Tutti i testi - salvo altra indicazione - sono tratti da "LA LEGGE CONSOLO PER LA PREVENZIONE E IL DIVIETO DELLE PRATICHE DI MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE", Federica Mancinelli, Giugno 2006)




IL CANNOCCHIALE