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LaLeggeConsolo
Per le Donne, per la Giustizia
19 ottobre 2012
IN ITALIA E NEL MONDO

Infibulazione praticata su 130 milioni nel mondo. E in Italia si fa nei centri piercing


 

infibulazione

Le mutilazioni genitali femminili sono pratiche tradizionali che hanno gravissime conseguenze sia fisiche che psicologiche per le donne e le bambine che vi sono sottoposte, che si stima siano 135 milioni nel mondo. Queste pratiche sono diffuse in molti paesi africani, in alcune zone della penisola arabica e dell'Indonesia e all'interno di alcune comunità immigrate in Europa, America e Oceania. Per mutilazioni genitali femminili (MGF) si intende un insieme di pratiche rituali tradizionali presenti in molte comunità africane e asiatiche, connesse a riti d'iniziazione femminile e d'integrazione sociale, attraverso cui si effettua l'asportazione totale o parziale dei genitali femminili.
 
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno sarebbero circa due milioni le ragazze e bambine costrette a subirne le pesanti conseguenze, mentre si stima a 135 milioni il numero totale di donne e bambine mutilate nel mondo. Tali pratiche, difese dalla comunità d'origine in nome della tradizione e spesso, per paura dello stigma sociale e dell'emarginazione, dalle stesse donne che le subiscono, rappresentano un gravissimo pericolo per l'integrità fisica e psicologica della donna: sono causa di emorragie, infezioni, traumi e, talvolta, di morte, poiché aumentano la probabilità di complicazioni durante il parto. Oggi le mutilazioni genitali femminili sono osteggiate da gruppi e associazioni di attivisti in tutto il mondo in quanto considerate una grave forma di violenza, oltre che un brutale strumento di controllo della sessualità femminile, che permette il perpetuarsi della condizione discriminatoria che molte donne vivono all'interno delle loro comunità. Le MGF rappresentano un'esplicita violazione dei diritti umani delle donne, così come sono stati formulati nei vari trattati internazionali, cui gli Stati responsabili sono chiamati ad adeguare le loro legislazioni interne.
  
Un recente rapporto di Amnesty International sulle MGF in quattro paesi africani (Benin, Gambia, Ghana e Senegal) ha evidenziato la difficoltà di intervento su una realtà complessa, in cui diverse dimensioni sociali si sovrappongono: una strenua resistenza alla loro abolizione proviene, infatti, dalle numerose donne specializzate nel praticare l'operazione, per le quali le MGF rappresentano una sicura e cospicua fonte di reddito oltreché il riconoscimento di un apprezzato status sociale, in contesti in cui la maggioranza delle donne è normalmente condannata alla povertà e all'esclusione.

La escissione/mutilazione genitale femminile (E/MGF) colpisce molte più donne di quanto non si pensasse in precedenza. Dati recenti rivelano che sul continente africano (Africa subsahariana, Egitto e Sudan) ogni anno circa tre milioni di bambine e donne sono sottoposte all'intervento. Questa pratica dannosa è una grave violazione dei diritti umani fondamentali delle bambine e delle donne. La E/MGF sta diventando un problema di portata mondiale. Non è solamente praticata nelle comunità dell'Africa e del Medio Oriente, ma anche nelle comunità di immigrati nei paesi di tutto il mondo, in virtù dei crescenti flussi migratori di popolazioni. Conseguire una vera trasformazione sociale è un processo lungo e complesso. Eppure, ci sono buone ragioni per essere ottimisti e pensare che con il sostegno di tutta la comunità internazionale, sia possibile porre fine alla E/MGF nell'arco di una sola generazione. Ciò è possibile perché conosciamo gli elementi necessari per accelerare l'abbandono dell'usanza all'interno delle comunità che la praticano. Mai prima la comunità internazionale ha raggiunto una tale precisa conoscenza dei motivi della persistenza della E/MGF. La pratica è considerata fondamentale per garantire il prestigio di una bambina o donna, per consentirle di trovare un marito, per conferirle castità, salute, bellezza e onore della famiglia. 

Questa tradizione sociale e culturale profondamente radicata esercita una pressione talmente forte che le famiglie sono disposte a sottoporre le figlie all'operazione anche quando sono consapevoli dei danni che ne possono derivare. Varie iniziative promettenti si fondano sul sostegno alle comunità dell'Africa e del Medio Oriente per spingerle a rinunciare alla E/MGF. Le strategie più riuscite assistono le comunità a definire da sole i problemi e le soluzioni. Stimolano un dibattito aperto e senza pregiudizi.  

Aiutano le famiglie ad acquisire consapevolezza dei diritti umani e delle loro responsabilità. Incoraggiano le comunità che hanno deciso di abbandonare la E/MGF a diffondere il messaggio presso i villaggi vicini. Le comunità non possono abbandonare la E/MGF senza un sostegno. Per porre fine alla E/MGF su larga scala, le comunità devono essere sostenute con misure legislative e politiche, occasioni di dibattito pubblico, e messaggi da parte dei mezzi dell'informazione che rispettino le loro sensibilità culturali. Hanno anche bisogno di sostegno da parte dei capi religiosi e di altri creatori di opinone. Coinvolgere gli adolescenti e i giovani è essenziale per promuovere l'abolizione della pratica. Attraverso una loro significativa partecipazione, gli adolescenti sviluppano gli strumenti che servono loro per prendere decisioni autonome sulle loro vite e per infrangere i circoli viziosi, compresi quelli della discriminazione di genere e della violenza tramandate da una generazione all'altra.

L'UNICEF si adopera per influenzare le politiche, le leggi e i bilanci dei paesi in favore dell'abbandono della E/MGF. Forniamo molti tipi di sostegno ai nostri numerosi interlocutori, tra cui organizzazioni non governative come Tostan in Senegal, il Centro per le attività di istruzione, sviluppo e demografiche in Egitto, e Pharos nei Paesi Bassi, che aiutano le comunità nel porre fine a questa pratica dannosa.  
 
Si pratica anche in Italia, a rischio migliaia di bimbe immigrate -  "In Italia, ogni anno ci sono 2000-3000 bambine a rischio di essere infibulate". E' l'allarme lanciato da Aldo Morrone, direttore dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), alla vigilia della Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, fenomeno che solo in Italia interessa 30-35mila. Tuttavia, le tragedie personali della mutilazione genitale hanno dimensione planetaria, se si pensa che nel mondo sono oltre 120 milioni le donne vittime di questa pratica, in 29 pesi, con 3 milioni di bambine e ragazzine che ogni anno subiscono l'infibulazione.

La ricerca. E' un dramma nascosto quello delle donne immigrate vittime di questa pratica. Solo nella capitale, dal 1996, sono state curate in diecimila. I dati arrivano dalla ricerca svolta in quattro regioni italiane e raccolti nel libro: "Sessualità e culture- Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari", a cura di Aldo Morrone e Alessandra Sannella. Lo studio ha esaminato un campione composto da 1.421 persone che lavorano in ambito socio-sanitario. Coinvolgendo 313 mediatori culturali e 1.108 operatori sanitari si è cercato di capire chi di loro era venuto a contatto con bambine a rischio di infibulazione.

Si pratica a pagamento. Anche se in Italia la legge vieta questa pratica, la situazione è sempre più preoccupante. "Nel nostro Paese ci sono ancora medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l'infibulazione - spiega Morrone - ce ne accorgiamo solo quando le donne vengono negli ambulatori e osserviamo danni recenti che fanno pensare a un intervento di questo genere".
Senza anestesia. Spesso le mutilazioni sono fatte senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. Situazioni a rischio che possono portare anche alla morte.  L'emorragia che ne consegue viene arrestata tamponando la ferita con garze e bendaggi o, nei casi migliori, con punti di sutura. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.

Le bambine del Corno d'Africa. "Essere a rischio non vuol dire che verranno infibulate - afferma Morrone - ma si tratta di bambine che provengono da Paesi a forte tradizione rescissoria, come  Corno d'Africa, fascia sub-sahariana, Egitto e Sudan, e se non riusciamo ad intercettarle facendo conoscere alle famiglie la realtà italiana e la legge che vieta l'infibulazione, c'è la possibilità che questo numero passi da rischio a realtà".
 
La legge del 2006. A quattro anni dalla legge (n.7-01-2006) che vieta l'infibulazione è ancora difficile fare un bilancio sulla sua efficacia in Italia. Nel mondo più di 130 milioni di donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali (Mgf) e solo in Italia si calcola che siano 30.000-35.000. E' il dato più alto in Europa, che in totale conta 500mila vittime.

Un fenomeno nascosto. Nel nostro Paese non esistono dati ufficiali sul questo fenomeno nascosto visto che chi pratica questa usanaza può essere punito con una pena che può arrivare a 12 anni di reclusione. Spesso il problema è quello delle vacanze nei paesi d'origine. Se in Italia 'il taglio' è vietato, la possibilità di superare l'ostacolo è infatti quello di effettuare l'infibulazione all'estero.

Si fa nei centri per piercing. In molti paesi europei le mutilazioni vengono eseguite nei centri di chirurgia estetica vaginale o in quelli dove si fanno piercing e tatuaggi. "Il fenomeno paradossale - dice  Morrone  - è quello delle giovani ragazze, adolescenti nate in Italia da genitori immigrati o trasferitesi da piccole che desiderano essere infibulate, una volta raggiunta la maggiore età. "Siamo a conoscenza anche di casi in cui, dopo un viaggio nei Paesi d'origine - prosegue Morrone - alcune bambine sono state infibulate. Su questo gli insegnanti possono svolgere un'azione di sentinella, osservando i comportamenti e i cambiamenti d'umore delle bambine".

Da Nuovi Orizzonti




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8 ottobre 2012
LA PREVENZIONE

Infibulazione: salviamo le bambine da questo orrore

La pratica delle mutilazioni genitali femminili, diffusa in Africa, viene mantenuta in Italia dalle comunità di immigrati. Anche se vietata e pericolosa. Lo denunciano le storie presentate a un convegno

Infibulazione: salviamo le bambine da questo orrore
di Chiara Palmerini

Di solito succede tra la fine delle scuole elementari e l’inizio delle medie. Gli insegnanti se ne accorgono da alcuni segnali, anche se spesso non sanno come interpretarli: le bambine impiegano tanto tempo al bagno per fare la pipì, smettono di fare ginnastica, camminano in modo strano. La pratica delle mutilazioni genitali femminili, ossia l’infibulazione (asportazione del clitoride, delle piccole labbra vaginali e di parte di quelle grandi e successiva cucitura), diffusa in molti paesi dell’Africa subsahariana e in Medio Oriente, non resta confinata. Le comunità di immigrati mantengono queste usanze anche qui, come raccontano storie e filmati raccolti dagli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano, che verranno presentati al convegno «Bimbe negate» il 9 ottobre: giornata mondiale per i diritti delle bambine indetta da Soccorso rosa e Terres des hommes.

Le figlie delle immigrate, soprattutto egiziane, quando arriva l’età «giusta» vengono ricondotte nei paesi d’origine per essere sottoposte a questi interventi, che spesso sfociano in infezioni, emorragie, danni permanenti. In Italia l’infibulazione è vietata dal 2006, ma continua a essere diffusa: le stime (non esistono dati certi) parlano di 30-35 mila donne infibulate, e di 2-3 mila bambine a rischio di esserlo. «Ciò che ci ha sconvolto» dice Nadia Muscialini, responsabile del Centro soccorso rosa del San Carlo di Milano e tra le autrici del rapporto, «è che pensavamo che le mutilazioni fossero osteggiate dalle madri delle bambine, che avevano a loro volta dovuto subirle. Invece sono le prime a spingere perché le figlie vi vengano sottoposte».

Il lavoro per gli operatori è fare capire alle donne che, in terra di migrazione, il danno fisico non è neppure compensato dalla maggiore accettazione sociale, ma è motivo di stigma ed emarginazione, come viene sottolineato nel vademecum per operatori sanitari e insegnanti, preparato dalla Regione Lombardia.

(www.scienza.panorama.it)




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18 ottobre 2010
SOCIETA'

La lotta di Waris

di Lara Crinò

Negli anni Ottanta è stata una 'top' famosa. Poi è diventata un'attivista contro l'infibulazione femminile, che lei stessa ha subito da bambina. Ecco come la somala Waris Idrie, oggi scrittrice e ambasciatrice dell'Onu, racconta la scelta che le ha cambiato la vita. E che ora è diventata un film

Waris Dirie. Foto di Karl Holfhauser Waris Dirie. Foto di Karl Holfhauser
 
E' cresciuta in Somalia alla fine degli anni Sessanta, in una tribù seminomade del deserto. A 13 anni, promessa sposa a un uomo che poteva essere suo nonno, Waris Idrie è scappata a Mogadiscio e di là in Inghilterra. La leggenda narra che prima di diventare una modella famosa abbia fatto la cameriera in casa di una parente e la donna delle pulizie in un ristorante.

A fine anni Ottanta la sua bellezza androgina finisce sulle copertine delle riviste e la rende protagonista di campagne pubblicitarie per marchi importanti come L'Oreal. Ma Waris ha dentro un dolore che la perseguita. A cinque anni ha subito, come molte donne nel suo paese e nel resto dell'Africa, l'infibulazione. Ora che è adulta e celebre non ha più paura di far sapere cosa le è successo, e anzi sceglie di farsi portavoce di una campagna internazionale contro le mutilazioni genitali femminili.

Diventa ambasciatrice delle Nazioni Unite nel 1997 e si spende in ogni modo per denunciare una pratica che non riguarda solo piccoli villaggi tribali, ma anche tutte le grandi metropoli, americane ed europee, dove gli immigrati credono in questa usanza crudele e pericolosa per preservare l'onore e la purezza delle loro figlie e mogli. A Vienna, dove si è trasferita e dove ha ottenuto la cittadinanza austriaca, ha fondato nel 2002 la
Waris Dirie Foundation, che si occupa del problema delle mutilazioni genitali femminili raccogliendo fondi e promuovendo campagne di consapevolezza.

E' autrice di libri che sono diventati bestseller: 'Alba nel deserto', 'Figlie del dolore', 'Lettera a mia madre' sono editi in Italia da Garzanti. Dall'autobiografia 'Fiore del deserto' è stato tratto un film, protagosta la modella e attrice etiope Liya Kebede, che uscirà negli Stati Uniti a febbraio 2011.

Da Rimini, dove è stata invitata dal
Centro Pio Manzù come ospite delle Giornate Internazionali e dove ha ricevuto la medaglia d'oro del presidente della Repubblica, Waris ha risposto all'Espresso sul tema che le sta più a cuore, spiegando come l'impegno umanitario ha cambiato la sua vita.

Il suo impegno contro le mutilazioni genitali femminili è cominciato negli anni Novanta, quando lei era una modella di successo. C'è mai stato un momento in cui ha pensato che non valesse la pena di affrontare un problema così doloroso, che aveva a che fare con il suo stesso passato?
Quando ho deciso di impegnarmi su questo tema, erano in molti a dirmi che non avevo nessuna chance. Ma si sbagliavano. Negli ultimi quindici anni si è fatto di più per combattere questo fenomeno che negli ultimi 4000 mila anni. In molti paesi sono state emanate delle leggi che puniscono chi pratica l'infibulazione e, cosa ancora più importante, oggi il mondo intero è consapevole che questo crimine esiste. Questo mi ha dato molta speranza nel futuro e mi spinge a non mollare.

Lei è stata una top model famosa. Non ha mai sentito un contrasto tra il suo impegno umanitario e la sua immagine di 'celebrity'?
Essere famosi è un vantaggio, direi che è un'arma che puoi usare se vuoi trasmettere un messaggio alla collettività. Credo che tutte le cosiddette 'celebrity' dovrebbero sentirsi obbligate a mettere la fama al servizio di una buona causa, più o meno nota che sia. Il potere che hanno di attirare l'attenzione è enorme.

Di recente, lei è stata inserita nella lista dei 500 musulmani più famosi del mondo. Che effetto le fa figurare in questa classifica, considerando che tra l'altro, in Occidente, il fenomeno delle mutilazioni femminili è spesso legato all'Islam?
In primo luogo, io sono un essere umano e un'attivista per i diritti umani. Questa è l'unica 'classificazione' che conta per me. Poi, c'è da chiarire che la mutilazione genitale femminile è una pratica antichissima, che precede l'Islam e il cristianesimo. Io lo considero semplicemente un crimine contro l'umanità, contro povere bambine innocenti. Ne sono vittime 150 milioni di donne nel mondo, e a praticarlo non sono solo le comunità musulmane, ma anche le comunità cristiane, ad esempio in Egitto, in Mali e in Etiopia. Ha a che fare con l'idea di reprimere e opprimere le donne, non con la religione. E l'oppressione femminile è un fantasma che si agita in tutte le società del mondo. Lo scopo della mia
fondazione è proprio quello di alzare il livello di consapevolezza e conoscenza di questo fenomeno.

Come si sente all'idea che il film tratto dalla sua autobiografia 'Il fiore del deserto' stia per uscire nelle sale americane?
Sono molto contenta del film. Lo considero un passo importante per sradicare il fenomeno non solo in Africa, ma nelle grandi metropoli occidentali, e in America in primo luogo. Nelle città in cui viviamo ci sono bambine sottoposte all'infibulazione, ma non se ne sa quasi nulla.
 
Fonte: L'Espresso



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28 gennaio 2010
A BRESCIA
 

Mutilazioni,
dramma per un'immigrata su tre

IL CASO. Anche Brescia deve fare i conti con la pratica diffusa in Africa per impedire alle donne di provare piacere

Non esistono dati ufficiali (un'indagine è in corso), ma le stime dicono che solo in città le donne straniere che potrebbero aver subito interventi ai genitali sono oltre 1.200
 

 

Zoom Foto

Anche Brescia deve fare i conti con la pratica diffusa in Africa per impedire alle donne di provare piacere

Brescia. Contro le mutilazioni genitali femminili a Brescia qualcosa si muove, anche se con difficoltà. La nostra città nel 2009 si è fortemente impegnata nella lotta contro la violenza sulle donne: associazioni, istituzioni, singole donne si sono attivate attorno alle iniziative culminate a fine novembre con l'arrivo in piazza della Loggia della Staffetta organizzata dall'Udi e dell'anfora. simbolo dell'iniziativa, ricevuta in diverse sedi istituzionali.
Le mutilazioni genitali femminili, invece, pur rappresentando un'atroce forma di violenza contro le donne, sono state e restano un tema meno dibattuto, forse per la difficoltà anche solo a fare emergere il fenomeno, oltre che a trovare le parole adeguate.
L'OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità ,ha distinto le mutilazioni genitali femminili in quattro tipi differenti: 1) circoncisione o infibulazione: ovvero, asportazione della punta del clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche; 2) escissione: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra; 3) infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: ovvero, asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto soltanto un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale; 4) una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.
IN SEGUITO a queste mutilazioni la donna perde la possibilità non di procreare, ma di provare piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride. In genere i rapporti diventano dolorosi e difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali. Ulteriori danni si verificano durante il parto: il bambino deve attraversare una massa di tessuto cicatrizzato e poco elastico, proprio quando non è più ossigenato dalla placenta e il protrarsi della nascita toglie ossigeno al cervello, rischiando di causare danni neurologici. Nei Paesi in cui è praticata l'infibulazione inoltre, è frequente la rottura dell'utero durante il parto, con conseguente morte della madre e del bambino.
«SI TRATTA di un'emergenza umana globale, condizione delittuosa senza attenuanti interpretative»: dice la ginecologa (e consigliere comunale) Donatella Albini, che ricorda la volontà maschile del controllo della sessualità femminile, legata alla gestione del matrimonio e della riproduzione. La comunità, retta da leggi patriarcali, esercita uno stretto controllo sulla sessualità femminile attraverso la pratica delle mutilazioni dei genitali e il matrimonio. Una donna «come si deve» non mostra di provare desiderio e lascia l'iniziativa dei rapporti sessuali all'uomo. La comunità considera le donne non escisse incapaci di gestire i propri impulsi sessuali e questa morale è interiorizzata dalle donne stesse. Il tradimento della moglie lede l'onore dell'uomo e della famiglia: la mutilazione dei genitali femminili serve a evitarlo.
SIMONA GALBIATI, del centro di ricerche di Firenze dell'Unicef, che ha lavorato per anni in Egitto ai programmi per l'abbandono delle mutilazioni genitali, sottolinea «l'importanza di ricercare le motivazioni che stanno alla base del problema, indagando cioè il ruolo delle credenze, delle sanzioni sociali e morali, oltre alla forte pressione sociale cui è sottoposta una donna».
Galbiati ricorda che non è affatto una questione religiosa, anche se spesso erroneamente la si ricollega all'Islam: l'infibulazione e l'escissione del clitoride non sono menzionate dal Corano, solo prescritta in alcuni hadith (detti) del profeta Maometto da ritenere perciò consentita entro certi limiti. Nel cristianesimo le mutilazioni sono considerate un peccato e sono quindi proibite. Ma essendo l'infibulazione legata a culture tribali precedenti la cristianizzazione, tale pratica si è conservata, soprattutto tra i copti (ortodossi e cattolici) e nel Corno d'Africa (Eritrea, Etiopia).
SECONDO I DATI forniti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, sono tra 100 e 140 milioni le bambine, ragazze e donne nel mondo che hanno subito una forma di mutilazione genitale. L'Africa è di gran lunga il continente in cui il fenomeno è più diffuso: in alcuni Paesi la diffusione supera 80 per cento, quasi la totalità della popolazione femminile. In Egitto tra l'85 e il 95 per cento delle donne ha subito l'infibulazione. In Somalia la pratica è diffusa al 98 per cento.
«In Italia sono circa 40 mila le donne che hanno subito l'infibulazione - ha dichiarato Liliana Ocmin, vicepresidente nazionale del comitato per le Pari Opportunità -. L'Italia è oggi la nazione europea che, per la particolare tipologia di flussi migratori, ha il più alto numero di donne infibulate».
Il ministero per le Pari Opportunità ha commissionato una ricerca all'istituto Piepoli e i dati sono stati pubblicati nel luglio 2009. Lo scopo principale dell'indagine era di pervenire a una stima attendibile delle donne presenti in Italia che potrebbero aver subito una qualche forma di mutilazione genitale (in Italia o nel Paese di origine) cercando di quantificare anche il numero di bambine e/o ragazze interessate alla pratica. Si tratta di stime, in mancanza di sudi statistici precisi. E, facendo riferimento ai numeri degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, lo studio ha assunto come target per la costruzione della stima le donne regolarmente presenti in Italia e provenienti dai 26 Paesi africani in cui le mutilazioni costituiscono una pratica culturale e tribale diffusa. E' stato quindi calcolato che in Italia su 110 mila donne africane residenti, provenienti dai Paesi «a tradizione escissoria», circa 35 mila hanno subito mutilazioni prima di venire in Italia o durante il soggiorno. Una ogni tre, dunque.
PER LE BAMBINE e le giovani da 0 a 17 anni. usando lo stesso scarto medio registrato nei Paesi d'origine, la situazione è meno diffusa: in media, tra le figlie il fenomeno è presente il 30 per cento in meno rispetto alle madri. Considerando le circa 4.600 bambine e giovani di meno di 17 anni provenienti dai Paesi indicati come target di riferimento, le vittime potenziali di questa pratica sono dunque il 22 per cento, ovvero circa mille tra bambine e giovani africane residenti in Italia.
DALLA RICERCA emerge la difficoltà di raccogliere dati veri e propri, non solo stime, limite al quale va aggiunta l'impreparazione degli stessi operatori sanitari, come riconosce la ginecologa Albini: «Uno dei problemi è che gli stessi ginecologi, non tutti per fortuna, non notano le mutilazioni quando fanno la visita, e pertanto non scrivono nulla sulla scheda della visita ginecologica».
Pure Simona Bordonali, referente politico della Commissione Pari Opportunità del Comune di Brescia, ammette che «non c'è il polso della situazione, anche se è chiaro che si tratta di una violenza terribile». Tuttavia, qualcosa si fa: la Regione Lombardia ha attivato alcuni progetti grazie ai finanziamenti messi a disposizione dalla legge nazionale numero 7 del 9 gennaio 2006 contro le mutilazioni genitali femminili. In particolare, si è formato un gruppo di studio composto da diverse figure professionali, tra insegnanti, psicologi, psichiatri, mediatori culturali e operatori sanitari: queste persone hanno seguito un corso di formazione molto strutturato, con parti comuni e altre specialistiche per settore di intervento. Grazie a questo gruppo di lavoro la direzione sanità della Regione il 10 dicembre 2009 ha approvato un decreto che dà il via libera al «programma formativo regionale di sensibilizzazione, informazione, formazione degli operatori sanitari, sociosanitari, scolastici e di volontariato per prevenire e contrastare le pratiche di Mgf e sviluppare l'integrazione socio-culturale».
L'IREF, Istituto di ricerche educative e formative, che ha avuto l'incarico di organizzare operativamente la formazione, ha in programma di iniziare a fine gennaio le prime tre edizioni del percorso a Lecco, Bergamo e Como e poi, a seconda dei risultati che si otterranno, di attivarne anche nelle altre province della regione. «Si tratta di un percorso articolato, di complessa organizzazione, perché occorre dapprima diffondere l'informazione, poi raccogliere le iscrizioni e in seguito tenere concretamente i corsi», sottolinea Lucia Scrabbi, dell'unità operativa programmazione e sviluppo della Regione Lombardia.
Ancora, proprio per colmare la lacuna statististica, il 20 novembre 2009 è stato affidato all'Irer, Istituto regionale di ricerca, l'incarico di effettuare un'indagine sulla presenza nel territorio lombardo di popolazione a rischio in relazione alla salute sessuale e riproduttiva e alle mutilazioni genitali femminili. «La ricerca, che durerà un anno, non è per nulla facile - ammette ancora Scrabbi -. Si lavorerà su un campione diversificato, in ogni provincia lombarda, con l'obiettivo di capire l'entità del fenomeno».
IN ATTESA dei risultati dell'indagine, il dato certo, in provincia di Brescia è il numero delle donne provenienti dai Paesi in cui le mutilazioni genitali sono massicciamente praticate; solo nel capoluogo, i dati relativi al 2008 dell'Ufficio statistiche del Comune - quindi riferiti solo alle immigrate «regolari» - stimano 639 donne dall'Egitto, 255 dalla Nigeria, 228 dal Senegal, 27 Somalia, 26 Etipopia, 13 Mali, 7 Eritrea e 6 Sierra Leone. In totale, quindi, 1.201 donne che potrebbero aver subito mutilazioni. A livello provinciale le cifre ovviamente si moltiplicano.
«HO VISTO numerose donne mutilate nei miei anni di lavoro, la prima dieci anni fa durante un parto, e da allora presto attenzione nelle visite o nelle altre occasioni mediche - rivela Donatella Albini -. L'infibulazione è la pratica che ho visto meno, in 12 casi».
La legge 7 è un primo passo che ha permesso l'avvio di alcune azioni, come il gruppo di studio regionale, e l'attivazione di un corso obbligatorio sulla salute riproduttiva e sessuale della donna migrante tenuto alla Scuola di specialità di medicina dell'Università degli studi di Brescia dalla dottoressa Francesca Ramazzotto: il primo corso è stato nell'anno accademico 2008/2009, il secondo è in via di svolgimento.
DALLA SCUOLA di Brescia escono operatori sanitari con una preparazione specifica, che possono così rappresentare, senza clamori e nell'anonimato del lavoro quotidiano, un passo in avanti nella lotta contro questa violenza, nonché uno stimolo per sollecitare la città, magari per iniziativa della stessa amministrazione, a farsi promotrice di momenti di informazione e riflessione pubblici, fors'anche in occasione dell'otto marzo. Potrebbe servire come stimolo e incoraggiamento la scelta di una paziente della ginecologa Albini proveniente dalla Sierra Leone, con mutilazioni genitali, che alla dottoressa ha garantito: «La mia bambina è nata in Italia, è italiana, quindi non la faccio tagliare».


Irene Panighetti
(www.bresciaoggi.it)




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30 maggio 2009
www.politicamentecorretto.com
 

L'orrore dell'infibulazione

    image

     

    di Antonio Di Giovanni

     


    Le mutilazioni genitali femminili (Mgf), sono un’orribile tradizione che viene eseguita principalmente in Africa (Egitto, Etiopia, Somalia, Sudan) e consiste nell'escissione, chiamata anche ablazione o asportazione, totale o parziale del clitoride della donna e/o della totale o parziale asportazione delle piccole labbra vaginali o nella cucitura delle grandi labbra vaginali per la restrizione dell'apertura della stessa, detta comunemente infibulazione. L'Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che siano già state sottoposte a tale pratica 130 milioni di donne nel mondo e che almeno 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno. Inoltre, questo fenomeno sta prendendo piede in larga scala anche in Europa: solamente in Italia, si contano gia 40 mila casi. Certo è sconcertante leggere certi dati. Ancor più pensare che, in nome della religione e della cultura, si possa permettere tutto questo. Facciamo dunque, questo viaggio all’interno dell’Africa e di questa sua infamante icona, percorrendo insieme alcuni momenti che sicuramente ci faranno riflettere. L'infibulazione praticata sulle ragazze consiste in un’operazione chirurgica, ovviamente eseguita senza le più elementari norme di pulizia e asetticità, effettuata per lo più per mezzo di coltelli, rasoi e pezzi di vetro, in cui viene tolta un parte dell'organo sessuale della donna. Il che consiste nell'asportazione delle "grandi e piccole labbra" vaginali e del clitoride, per poi cucire il resto lasciando un piccolissimo foro, che non permette neanche l'ingresso di un fiammifero. Durante questo rito, le ragazze più grandi non devono gridare o piangere perché, cosi facendo, il loro comportamento rappresenta un disonore e una vergogna per i propri genitori. “Se piangi, non sei degna di tuo padre”  gridano le donne dei villaggi e, ad attendere la povera martoriata, ci sono i tam tam della festa in suo onore, a sottolinearle che, altrimenti, non avrebbe avuto amici e non avrebbe trovato un ragazzo che la potesse corteggiare. Sette giorni servono, poi, a rimarginare la ferita che sanguina, sempreché si sopravviva dopo essere state tagliate con arnesi non convenzionali e senza nessuna anestesia. Altrimenti, si finisce in ospedale, anche perché altissimo è il rischio di setticemia, dell'epatite o dell'HIV. La forma più grave di queste pratiche è certamente l’infibulazione, conosciuta anche come ‘circoncisione faraonica’ riguardante circa il 15% di tutte le mutilazioni genitali in Africa. Altre forme  di mutilazione sono la sunna ("tradizione", in arabo) che consiste nella rimozione del ‘cappuccio’ del clitoride, e la tahara ("purificazione"), con la quale vengono rimossi sia il clitoride, sia le labbra adiacenti. Ovviamente, il tutto  provoca spesso frigidità sessuale o, comunque, notevoli problemi di carattere psicologico, spesso irreparabili. Tant’è che fatti normali, come ad esempio il ciclo mestruale, si trasformano in un vero e proprio incubo. Gli stessi rapporti sessuali sono dolorosissimi e le gravidanze una vera e propria tortura. Questo genere di fenomeni non rappresentano un problema solamente per il continente africano: l’infibulazione è una piaga nascosta anche a Milano e a Roma, sommersa da uno velo pesante di omertà e di pudore in cui diviene molto difficile persino stimare il numero esatto delle donne che vengono sottoposte a simili barbarie. L’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che oltre alle 500 mila vittime in Europa, anche in Italia il numero dei casi è in forte aumento. Considerato che la Lombardia e il Lazio assorbono molta  dell’immigrazione  proveniente dai Paesi africani, è ragionevole pensare che siano ormai diverse migliaia le vittime delle infibulazioni nelle due più popolose regioni italiane. Impressionante è stato il filmato trasmesso nel corso di ‘Conto alla Rovescia’ di Telereporter, che ha testimoniato il caso del centro di preghiera islamica di via Gallura in cui i fedeli davano indicazioni a un cronista (finto-papà) che chiede ragguagli sulla possibilità di praticare l’infibulazione alla figlia di 4 anni. Questa orribile pratica in buona sostanza non ha nulla a che vedere con la religione, ma solamente con rituali che affondano le proprie radici in una assurda follia. In Italia, tali pratiche sono severamente punita dalla Legge "Consolo" n°7 del 09/01/2006 e, in particolare, dall'articolo 583 bis, che sancisce un inasprimento della pena per chi pratica l'infibulazione nel nostro Paese e per chi "cagiona" la mutilazione, intendendo con ciò, di fatto, riconoscere la grave responsabilità della famiglia delle piccole vittime di questa sevizie. Una legge, questa, attuativa di alcuni fondamentali articoli della nostra Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal Programma di azione adottati a Pechino nel corso della IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne del 1995. Ancora una volta, la ‘parola – chiave’ diviene, dunque, l’educazione: educazione alla pari dignità per tutti senza far sconti a nessuno, con ogni mezzo. (Laici.it)




    permalink | inviato da federicamancinelli il 30/5/2009 alle 14:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
    14 maggio 2009
    A GENOVA

    Banani, la ragazzina che è stata «mutilata» da lama indecente

     

     
    Gli incontri sociali si fanno sempre alla sera, dopo il tramonto. Per strada i ragazzi si incontrano, i fidanzati amoreggiano, le persone si fermano a chiacchierare del più e del meno o si fanno visita nelle proprie case. A Banani tutto succede dopo il tramonto. All'alba si va a lavorare nei campi ma quando il sole è alto nel cielo e il caldo diventa insopportabile tutto si ferma; ci si riposa o al massimo si fanno piccoli lavori in casa. Poi con la sera la vita riprende, tutti escono e il villaggio si anima.
    La nostra guida Asfao mi fa conoscere i personaggi più importanti di Banani, che dimostrano la loro gentilezza con inchini e cercano di sopperire con la gestualità alle impossibiltà del dialogo. Ma, sapendo che sono medico, senza preavvertirmi, mi porta anche in una casa di amici suoi dove trovo, sdraiata su un giaciglio e chiaramente sofferente una ragazzina che dimostra non più di dodici o tredici anni. È febbricitante, e alla visita generale dimostra arrossamento e gonfiore al basso addome e nelle due regioni inguinali e ad alla successiva ispezione della sede genitale, una grave infezione. Non è difficile sospettare, e la madre lo ammette con franchezza, che la ragazzina qualche tempo prima sia stata sottoposta ad infibulazione ed ora ne subisca le conseguenze.
    Nel linguaggio medico questa pratica viene definita «mutilazione genitale femminile» ed è estremamente diffusa in tutta l' Africa Occidentale. Molti pensano che sia legata alla religione islamica ma ciò non corrisponde al vero perché fa parte delle più antiche tradizioni africane e pare venisse praticata già 6000 anni fa. Il termine usato accomuna molte pratiche diverse: da una asportazione ridotta e quasi simbolica ad una rimozione di tutti i genitali esterni. La procedura più comune è comunque quella della asportazione del clitoride. Un tempo venivano usati rasoi, normali coltelli o addirittura pezzi di vetro; oggi normalmente si usano ferri chirurgici e spesso anche l'anestesia. Certamente dipende dal luogo dove viene praticata e dalle motivazioni e dalla cultura degli africani che vi si sottopongono: se l'infibulazione viene eseguita in Europa (ed in Italia pare se ne facciano parecchie centinaia all'anno) saranno in genere rispettate le più normali norme igieniche, ma se effettuata durante un rito tribale non sarà prestata alcuna attenzione alla sterilità e neppure alla normale pulizia. È proprio quello che accade durante le feste dei Dogon, su terreni inquinati e polverosi, con «chirurghi» sporchi e sudati, che usano coltelli dalla forma simbolica ma dalla lama indecente.
    La ragazzina che io visitato deve essere stata sottoposta alla infibulazione (anche sulla base di ciò che riesco a sapere dalla nostra guida) in questa turpe maniera, circa 10 giorni prima, durante una cerimonia del villaggio. Non mi meraviglio quindi del sopraggiungere di una qualche infezione che a volte si risolve da sola ma talora, se pur raramente, porta a morte. Io, prudentemente, ho portato nel mio zaino tra i pochissimi farmaci essenziali, un flacone di antibiotico: offro volentieri la dose adeguata alla piccola ammalata.
    I motivi per cui è ancora così praticata l'infibulazione sono per noi di difficile comprensione. Ma bisogna considerare che una percentuale estremamente elevata di africani, anche di buona cultura, la giudica un simbolo del mantenimento della società tradizionale. Inoltre il concetto di «onore della donna» è ancora presente con una antica concezione presso queste comunità. Una donna non infibulata è considerata un disonore per la propria famiglia, perde posizione e considerazione e rischia di non sposarsi; una donna che invece si è sottoposta a tale pratica è una donna morale, come e più che una vergine.

    (www.ilgiornale.it)



    permalink | inviato da federicamancinelli il 14/5/2009 alle 19:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    18 gennaio 2009
    CONSIGLI DI LETTURA
     

    "Uomini e belve"
    di Luca Leone

    copertina uomini e belve Le tante guerre dimenticate, i soprusi che ogni giorno in luoghi lontani e vicini vengono perpetrati, la miseria, la disperazione, insomma tutti quegli argomenti che restano sulle pagine dei quotidiani quel tanto che basta a fare notizia e a placare la brama di voyeurismo sono qui raccolti in un libro reportage sui sud del mondo, specificando che “non esistono solo i sud del mondo geografici, ma anche quelli sociali e culturali”.

    Si parla dei vicini Balcani: delle ceneri della Bosnia, delle donne che non hanno un corpo su cui piangere, dei criminali di guerra che girano indisturbati; dei tanti perseguitati politici in Africa che, dopo aver superato innumerevoli difficoltà, approdano sulle nostre coste e si vedono rifiutare lo status di rifugiato. Sono ragazzi, anche molto giovani, sfuggiti a morte certa per l’appartenenza politica o per non aver voluto imbracciare i fucili, con il sogno di potere ancora studiare e trovare un giorno un lavoro.

    Facce che quotidianamente confondiamo tra i tanti disperati senza nome, come fossero una sola persona: lavavetri, venditori di calze. Uomini e belve resttituisce a questi volti una storia e un’identità là dove pregiudizio e ignoranza costringono all’anonimato e privano del diritto all’unicità.

    E un libro forte, quello di Luca Leone, che mette il lettore di fronte alle troppe realtà dimenticate, che continuano a esistere anche quando l’attenzione dell’Occidente si distoglie. La situazione delle donne in Burkina Faso, ad esempio, costrette a subire la raccapricciante pratica dell’infibulazione, ma anche la triste e lenta scomparsa degli Innu, i nativi della penisola di Nitassinan, nel civilissimo Canada.

    Ciò che interessa, in questo lavoro, sono gli esseri umani, le loro storie, la sofferenza, le ingiustizie che sono costretti a subire. Non importa quale sia la guerra, né l’ideologia, importa la dimensione umana e la speranza di riuscire a contrastare la belva che è in ognuno di noi. Scrive l’autore: “Belve e strutture governate da belve. Gente tra virgolette, che dà un senso diverso, in parte inedito, spaventoso all’umanità, che gioca sulle debolezze di tutti noi per incamerare profitti, massacrando esecrabilmente e incondizionatamente popoli e culture dietro la spinta di un modello di sviluppo rapace e privo di futuro.”

    Uomini e belve
    Luca Leone
    Infinito edizioni
    € 13,00

    (www.booksblog.it)




    permalink | inviato da federicamancinelli il 18/1/2009 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
    23 settembre 2008
    LIBRI

    Il cielo è nudo

    di Roberta Pizzolante

     Annalisa Vandelli, Uliano Lucas
    Scritto sull’acqua
    Edizioni Aire 2007, pp. 167, s.i.p.

    L’acqua come bene essenziale, come risorsa data sempre più per scontata in Occidente e quanto mai necessaria in Africa. È l’oro blu il protagonista del volume “Scritto sull’acqua”, romanzo breve di Annalisa Vandelli, giornalista e direttrice della rivista “Afro”, e corredato da un lungo reportage del fotogiornalista Uliano Lucas. Al centro della narrazione la vita e le storie delle popolazioni seminomadi del Borana, zona dello stato regionale Oromia nel sud dell’Etiopia, caratterizzata da una forte carenza idrica. C’è Judith, che viene divorata dai vermi durante uno dei viaggi per andare a prendere l’acqua, c’è Bulee che ascolta la radio e riesce così a emanciparsi dalle credenze popolari; e ancora, la sorella di Itagasu, che viene violentata più volte sulla strada per la fonte o Fatu, che muore durante il parto a causa dell’infibulazione che le era stata praticata da bambina. Che l’acqua sia elemento centrale del romanzo lo si evince dalla parole di alcuni dei protagonisti: “Liban, ricordati che quando non ci sono le nuvole, il cielo è nudo. Niente può esistere senza i suoi vestiti neri, i mantelli svolazzanti che coprono il suo intimo segreto, quello che fa fiorire la terra, le bestie e gli uomini. La pioggia è vita e la vita non è mai abbastanza”, dice il vecchio Alaaka. Ed intorno ad essa ruotano le storie, le tradizioni dell’Africa, con cenni al colonialismo, alle minoranze etniche, alla violenza sulle donne, al rapporto tra essere umano e ambiente.

    Ma l’acqua è centrale soprattutto nel reportage in bianco nero di Uliano Lucas, realizzato tra il febbraio e il marzo del 2007, prima della seconda stagione delle piogge che dura da marzo a maggio, in alcuni villaggi dell’area di Yabello e nei luoghi in cui gli abitanti vanno a rifornirsi di acqua, abbeverare il bestiame e lavarsi. Basta guardare le foto della strada che da Yabello porta a Moyale, al confine con il Kenya, circondata dalla rovente savana africana, e delle terre aride prive di fiumi. L’acqua quindi come carenza, come bisogno. Ma anche come bene conquistato con sacrificio, come testimoniano le immagini dei vecchi pozzi a terrazze e di quelli più recenti costruiti nei punti di approvvigionamento idrico dalle organizzazioni non governative, dei pochi laghi artificiali dove si riuniscono i pastori per commerciare, trattare matrimoni e accordi di pace. La si ritrova nel bestiame che si abbevera alle fonti, nelle donne che si lavano e lavano le loro vesti, nei bambini che ci sguazzano. nelle taniche riempite e portate nei villaggi e in città ancora prive di un sistema idrico. Proprio la figura femminile emerge con forza come cuore pulsante dell’Africa, sia dai ritratti fotografici che dal testo: “Le donne hanno la schiena conformata alla tanica, come i cammelli, con la differenza che la loro è estraibile e quando non è la tanica a incastrarsi nella loro soma sono fardelli di legna e bambini. È molto raro vedere una donna con il rimorchio sgombro…Questi venti litri daranno da bere e serviranno a cucinare per tutta la famiglia. Dentro alla loro tanica e alla loro fatica è chiuso il mistero della sopravvivenza”.




    permalink | inviato da federicamancinelli il 23/9/2008 alle 9:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
    24 giugno 2008
    DIFFONDIAMO!
     

    Opuscolo informativo sulle
    mutilazioni genitali femminili

    Ministero per le Pari Opportunità - Realizzato nell'ambito del Programma Operativo Nazionale Sicurezza

    La copertina dell'Opuscolo informativo sulle mutilazioni genitali femminili

    Campagna di informazione e dissuasione

    Il Ministero per le Pari Opportunità nell’ambito del Piano Operativo Nazionale Sicurezza ha realizzato NEL 2007 una campagna di informazione e dissuasione sulla pratica delle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).
    A tal fine è stato realizzato un opuscolo informativo in nove diverse lingue che verrà distribuito su tutto il territorio nazionale presso gli enti i centri e le comunità maggiormente interessate dal fenomeno.


    immagine di un foglio Documenti:




    permalink | inviato da federicamancinelli il 24/6/2008 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
    5 marzo 2008
    INTERVISTA
     

    "Oggi, non mi vergogno più"

    Amal Bürgin, sudanese, si batte contro le mutilazioni genitali femminili.

    Didascalia: Amal Bürgin, sudanese, si batte contro le mutilazioni genitali femminili. (InfoSud)

     

    Amal Bürgin non aveva ancora compiuto sei anni, quando venne infibulata in Sudan. Oggi vive a Basilea e lotta affinché alla generazione di sua figlia venga risparmiato questo terribile rito.

    Secondo l'Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, ogni anno nel mondo vengono escisse tre milioni di ragazze. Sull'onda dei flussi migratori questo fenomeno riguarda sempre più spesso anche le donne e le giovani in Europa.

     

     

    swissinfo: Perché ha deciso di rompere il silenzio?

     

    Amal Bürgin: Perché oggi ho la forza di raccontare la mia storia. Non mi vergogno più, anzi mi batto apertamente contro l'infibulazione delle ragazze.

     

    Quando cambio il pannolino alla mia bambina di nove settimane, mi ritrovo spesso a pensare: "No Nuha, a te questo non accadrà mai!"

     

    swissinfo: Quanti anni aveva quando le praticarono l'escissione?

     

    A.B.: Avevo poco più di cinque anni. Mia sorella maggiore ed io non vedevamo l'ora perché ci avrebbero dipinto le mani con l'henné, avremmo mangiato tante buone cose, avremmo ricevuto visite e la gente ci avrebbe lasciato dei soldi sotto il cuscino. Non avevamo idea di che cosa ci aspettava.

     

    Poi mi hanno fatto stendere su un letto e mentre mia mamma mi immobilizzava le gambe, altre donne mi tenevano fermo il busto. Quando mi fecero l'iniezione urlai e piansi. Più tardi non riuscivo a muovermi dal dolore.

     

    Quando sentii il bisogno di andare al bagno, la prima goccia di pipì mi fece così male che repressi lo stimolo. A quel punto mi posarono un insetto sulla pancia e dal gran spavento non riuscii a trattenermi e la mollai.

     

    swissinfo: Non poté ribellarsi?

     

    A.B.: No, a quell'età si ubbidisce e basta. Mio padre quel giorno non era in casa. Se così fosse stato, credo che ci avrebbe difeso perché quando rientrò e venne a sapere dell'escissione andò su tutte le furie.

     

    Più tardi – avrò avuto sì e no otto anni – mi infibularono per la seconda volta. Due mie zie, infatti, non la smettevano di ripetere che la prima comare non aveva fatto le cose per bene.

     

    E questo, nonostante mi avessero già praticato l'"infibulazione faraonica" che, rispetto alla "Sunna", ossia alla variante meno devastante, prevede l'asportazione di una parte molto più consistente di tessuto.

     

    swissinfo: Quali motivi le hanno dato per giustificare l'escissione?

     

    A.B.: Ogni volta che ci invitavano a una festa per un'infibulazione chiedevo: "Perché lo si fa? Perché?" Una risposta chiara non l'ho mai ricevuta. Una cosa comunque ho notato e cioè che mai, né durante la preghiera nella moschea, né durante la lezione di religione, qualcuno ha detto che le ragazze dovevano essere escisse.

     

    Oggi so che questa usanza risale alla notte dei tempi e che non ha nulla a che vedere con l'islam. Secondo alcuni, è bene che la donna rimanga casta fino al matrimonio. Ma in questo senso, l'escissione non offre alcuna garanzia. Ci sono donne nubili che dopo un rapporto sessuale si fanno ricucire.

     

    swissinfo: Come ha vissuto dopo la seconda mutilazione?

     

    A.B.: Tranne che per una piccola apertura ero completamente cucita. Le mestruazioni erano sempre dolorosissime e dopo il matrimonio, come molte altre donne, ho dovuto andare in ospedale per farmi deinfibulare.

     

    A volte, sono gli uomini stessi che ci mettono mano oppure semplicemente premono sulla cucitura finché non si strappa. Ecco perché anche loro devono essere informati sull'argomento: dovrebbero dirlo chiaro e tondo che non vogliono donne infibulate!

     

    swissinfo: Oggi la situazione è cambiata?

     

    A.B.: Sì, soprattutto nelle città il fenomeno è in diminuzione. Già quindici anni fa le donne che frequentavano l'università si sono unite e hanno dato il via a una battaglia contro questo rito. Ma resta ancora molto da fare.

     

    swissinfo: Proprio in questi giorni sua sorella è venuta a farle visita. Avete affrontato insieme l'argomento?

     

    A.B.: In Sudan abbiamo sempre evitato di parlarne. Ma la prima volta che è venuta a trovarmi in Svizzera, ne abbiamo discusso. Tra amiche, l'escissione resta comunque un tabù e finora neanche con mia madre abbiamo toccato l'argomento.

     

    swissinfo: Perché è importante che se ne parli anche in Svizzera?

     

    A.B.: Perché capita regolarmente che delle famiglie facciano infibulare le proprie figlie mentre si trovano in Svizzera oppure durante un soggiorno nel loro Paese di origine.

     

    Spesso sono i parenti a farne richiesta o ad esigerla. Prima o poi, anche la mia famiglia in Sudan mi chiederà se Nuha è già stata escissa.

     

    swissinfo: E allora, come reagirà?

     

    A.B.: Allora penso che esploderò. Dirò loro tutto quello che ho passato e che sto ancora passando, perché quanto ho vissuto sulla mia pelle mi perseguita tutt'oggi.

     

    Ogni volta che ho problemi nelle parti intime mi ritorna tutto in mente come fosse ieri. Vedo mia mamma e i miei parenti chini su di me.

     

    swissinfo e Sarah Fasolin, InfoSüd
    (traduzione e adattamento di Sandra Verzasconi Catalano)

    (www.swissinfo.ch)




    permalink | inviato da federicamancinelli il 5/3/2008 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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    Affinché nel nostro Paese nessuno debba mai più pagare un prezzo per la propria esistenza.


    Federica Mancinelli

    (Tutti i testi - salvo altra indicazione - sono tratti da "LA LEGGE CONSOLO PER LA PREVENZIONE E IL DIVIETO DELLE PRATICHE DI MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE", Federica Mancinelli, Giugno 2006)




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