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LaLeggeConsolo
Per le Donne, per la Giustizia
29 ottobre 2007
EPIDEMIOLOGIA E DEFINIZIONI
di Federica Mancinelli

Le pratiche di mutilazione sessuale femminile sono diffuse in almeno 40 Paesi nel mondo (28 Paesi dell’Africa sub-sahariana[1]): ogni anno 3 milioni di bambine si aggiungono ai 130 milioni di donne che già convivono con il ricordo, concreto ed indelebile, di questa orrenda tortura[2].

In particolare, i dati forniti dalle ricerche nei singoli Paesi rivelano percentuali che vanno dal 5 per cento delle donne in Niger al 94 per cento in Mali. Nella maggioranza dei Paesi monitorati circa la metà dell’intera popolazione femminile ha subito tali pratiche. Le percentuali in alcuni Paesi dell’Africa Orientale sono vicine o superiori al 90 per cento. Tra i Paesi dell’Africa Centrale per i quali si dispone di dati, le percentuali variano dal 5 per cento nella Repubblica Democratica del Congo al 60 per cento in Chad. In Egitto, il 97 per cento delle donne ha subito mutilazioni genitali[3].

Gli unici Paesi che registrano una riduzione continua dei tassi di prevalenza sono la Repubblica Centrafricana, dove le percentuali di MGF tra le donne dai 20 ai 24 anni sono inferiori a quelle registrate tra le donne dai 45 ai 49 anni, ed il Kenya dove tali percentuali corrispondono rispettivamente al 32 e al 48 per cento[4].

Secondo stime non ufficiali, solo in Italia sono state in media – fino alla promulgazione della nuova Legge – 40mila ogni anno le giovani donne ad esser sottoposte a questo orrendo “rituale”.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) distingue le mutilazioni sessuali femminili in 4 tipi differenti (a seconda della gravità per il soggetto):

1.                          Circoncisione o infibulazione “as sunnah”: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;

2.                          Escissione “al uasat”: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;

3.                          Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dll’urina e del sangue mestruale;

4.                          Interventi di varia natura sui genitali femminili.

 

Mentre la prima è puramente simbolica e non comporta conseguenze, soprattutto la terza, l’infibulazione faraonica, danneggia in maniera grave la salute generale e la vita sessuale delle donne.

E’ soprattutto su quest’ultima pratica che si concentra l’analisi di questo scritto.

 

 

3. La cultura dell’infibulazione

 

Le mutilazioni genitali femminili (in particolare l’infibulazione) vengono molto spesso considerate parte di alcune culture religiose, prevalentemente islamiche. In realtà si praticano in società di religione sia islamica che politeista e cristiana (copta, cristiana ortodossa, protestante, giudaica)[5], pur essendo pubblicamente condannate in ciascuna di esse.

Mentre, infatti, alcuni Islamici sostengono che tali pratiche trovino origine in alcune ahadith del profeta Maometto che disse ad una donna che stava praticando un’infibulazione su una bambina: “Taglia, ma non distruggere”, ci sono testimonianze storiche che attestano che tali procedure fossero già praticate al tempo dei Romani antichi.

 

Le motivazioni che spingono a praticare queste vere e proprie torture si richiamano a detti popolari, precetti religiosi o al controllo politico e sessuale della donna.

Ma la motivazione e causa fondamentale di questo crimine è che nelle culture ove le mutilazioni sono richieste e praticate non averle subite significa isolamento sociale. La sessualità femminile è considerata un istinto impuro e da controllare e, possibilmente, annullare. Attraverso queste pratiche la donna preserva l’onore e l’integrità della famiglia. Questo “imperativo categorico” sociale fa dimenticare alla stessa vittima il carattere di tortura di tali pratiche e di annullamento completo dei propri diritti di persona umana[6].

Prima dell’entrata in vigore della Legge Consolo, un’autorevole dottrina riportava: “Questo tipo di mutilazione femminile ha antiche radici in alcune zone del continente africano ed è stata adottata in aree islamiche, ma non ha una vera motivazione religiosa; riflette piuttosto quella mentalità arcaica che vede nella donna una sorta di proprietà esclusiva dell’uomo, priva del diritto ad una propria peculiare sessualità. Non c’è dubbio che, riguardate nella loro materialità e nei conseguenti effetti corporei, le pratiche infibulatorie integrano il reato di lesioni volontarie di cui all’articolo 582 del Codice Penale e risultano contrarie, sotto diversi profili, a convenzioni e dichiarazioni internazionali sui diritti umani, ed in questo senso già si registrano in Italia delle sentenze di condanna per pratiche del genere (Floris). Il profilo penalistico della questione è  richiamato in una dichiarazione del Ministero della Sanità del 30 Settembre 1999 con la quale, rispondendo implicitamente a quanti, con la motivazione della diversità di cultura e di tradizioni, ritengono che l’infibulazione possa essere legittimata e praticata addirittura nell’ambito delle strutture pubbliche sanitarie, esclude categoricamente << l’effettuazione di tali interventi presso le strutture del SSN e per opera del personale medico>>. E’ vero, però, che sarebbe difficile risolvere un problema che nasce da oggettive e profonde diversità culturali, e che si innesta in tradizioni etniche molto radicate, in un’ottica esclusivamente penalistica. La rilevanza di valori quali la tutela della salute e della dignità della persona suggeriscono che lo Stato, e gli enti competenti, si facciano promotori di interventi preventivi, soprattutto di carattere educativo, capaci di far arretrare e infine estirpare usi e abitudini che contrastano con acquisizioni che appartengono a tutta l’umanità, a prescindere dall’area geopolitica in cui sono germinati (Vitalone)”[7].

Oltrepassando ulteriormente i confini del Biodiritto, le MGF - formalmente e nella sostanza atti di violenza su minore - vengono considerate tradizionalmente un segno di premura ed attenzione nei confronti delle bambine: una bambina non infibulata è una bambina di cui nessuno si è preso cura.

 

Perdendo individualità e diritti, la giovane donna viene accettata dal proprio gruppo sociale, subendo dunque non solo una violenza fisica, ma anche psicologica, poiché la pratica mutilativa viene considerata dalle stesse donne necessaria per il loro vivere associato.

 

 

 

 

 

 



[1] L’infibulazione interessa quasi la totalità delle donne in Somalia, Gibuti e Sudan (con eccezione delle popolazioni cristiane del Sud Kenya, Sud Egitto, Nord Nigeria e alcune zone del Mali). Altre forme meno invasive vengono praticate in Etiopia, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Tanzania, Uganda, Senegal. Ci sono casi di mutilazioni genitali femminili anche fuori dall’Africa (Oman, Yemen, Emirati Arabi Uniti) e in alcune zone dell’Indonesia e della Malaysia. Questa pratica è molto diffusa tra le comunità immigrate dai suddetti Paesi verso Canada, Stati Uniti, Europa ed Oceania (dati forniti da www.nigrizia.it, 2004).

 

[2] Precedenti stime ritenevano che annualmente venissero sottoposte alla pratica 2 milioni di bambine; le nuove cifre di 3 milioni all’anno non riflettono un aumento, ma sono il frutto di una migliore raccolta dati, afferma l’UNICEF. Il nuovo Rapporto (Novembre 2005) guarda anche alle strategie che stanno aiutando le comunità ad abbandonare la pratica, tra cui le iniziative appoggiate dall’UNICEF in Egitto, che guidano le comunità ad impegnarsi in discussioni pubbliche per affrontare apertamente il problema, le appoggiano nelle dichiarazioni collettive di abbandono della pratica e diffondono il loro messaggio alle comunità vicine. Il coinvolgimento di importanti personaggi pubblici, tra cui capi tradizionali e religiosi, può svolgere un ruolo decisivo per stimolare il dibattito pubblico. Personale sanitario, guaritori tradizionali, operatori sociali e insegnanti devono essere istruiti e appoggiati in maniera da scoraggiare la pratica (“Corriere della Sera”, 11 Novembre 2005).

 

[3] Tratto da “The world’s women 2000. Trends and statistics”, a cura dell’Ufficio Statistico delle Nazioni Unite, New York, 2000).

 

[4] “Demografic and Health Survey”, DHS, 1995.

[5] In Europa già nel 1822 fu praticata la prima amputazione da parte del medico Graefesu su una giovane di 5 anni per curarla in modo definitivo dall’onanismo; anche il medico Broca eseguì, allo stesso scopo, un’infibulazione nel 1863. Negli anni che vanno dal 1860 al 1870, l’Inghilterra vittoriana praticava diffusamente le mutilazioni genitali, “esportando” poi tali pratiche anche negli Stati Uniti.

 

[6] I Bambara, una delle etnìe del Mali, chiamano le donne non infibulate o escisse “bikaloro”, un gravissimo insulto che vuol dire essere privi di ogni maturita. Al momento di questa dolorosa “cerimonia di iniziazione” le bambine pù grandi si impegnano a non gridare: sarebbe una grave dimostrazione di vergogna attribuita ai prorpi genitori: “Se piangi, non sei degna di tuo padre”, cantano le donne del villaggio. All’uscita le piccole vittime trovano i tam tam ad accoglierle festosamente, mentre alle piccole che saranno operate in future si ricorda quotidianamente: “Se non sei escissa, non hai amici, non hai diritto a farti corteggiare da nessun ragazzo, non puoi comportarti da donna” (dal testo de “L’iniziazione”, documentario televisivo girato da Ilaria Freccia e trasmesso da RAI3 il 22 Novembre 2005).

[7]  Carlo Cardia, “Principi di diritto ecclesiastico”, pagg. 186-187 – Ed. Giappichelli 2002. Ringrazio Marco Giudici per aver discusso con me in particolare questo punto.

 




permalink | inviato da federicamancinelli il 29/10/2007 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Federica Mancinelli

(Tutti i testi - salvo altra indicazione - sono tratti da "LA LEGGE CONSOLO PER LA PREVENZIONE E IL DIVIETO DELLE PRATICHE DI MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE", Federica Mancinelli, Giugno 2006)




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