IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA 40 CASI DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
Grande interesse ha suscitato il convegno su “Mutilazioni Genitali Femminili – una questione di diritti umani” proposto in occasione dello Zonta Day dal Club cittadino e promosso dalla Commissione Pari Opportunità della Provincia di Alessandria, dallo stesso club, presieduto da Carla Gallini, dal Fondo delle Nazioni Unite per le Donne, UN WOMEN, e dall’Associazione Donne Medico della provincia di Alessandria. Dopo il saluto della Vicepresidente della Provincia, Maria Rita Rossa, Vittoria Gallo, presidente della Commissione Pari Opportunità della Provincia, ha ricordato come l’Italia, insieme alla Svezia sia l’unico Paese ad aver legiferato per prevenire e punire la violazione dell’integrità del corpo femminile con la legge 7/2006. Legge che mette a disposizione anche un numero verde per denunce e informazioni, ma, come è stato sottolineato da Sabah Nami, presidente dell’Associazione “Sole” per donne immigrate ed esperta in materia di immigrazione, troppo spesso ancora le informazioni sui casi di infibulazione “non arrivano”, perché le donne coinvolte non denunciano per la vergogna delle conseguenze che potrebbe comportare la deinfibulazione nel caso tornassero nel loro Paese. Nadia Biancato, delegata UN Women e moderatrice della serata ha rimarcato come le mutilazioni genitali siano una “questione femminile”, che vede vittime le bambine tra i 4 e i 12 anni, ma in alcuni Paesi come Yemen, Mali e Eritrea anche neonate. Inoltre, coloro che praticano l’escissione o l’infibulazione (una differenza le cui particolarità e conseguenze sono state evidenziate dal dottor Enrico Tanganelli) godono di uno status molto considerato e sono anche lautamente retribuite, motivo per cui è difficile sradicare una pratica da condannare senza mezzi termini. Le mutilazioni genitali femminili dipendono da tradizioni arcaiche diverse da etnia a etnia e sono trasversali a tutti i ceti sociali: in Somalia, dove il 98% delle donne ha subito questo tipo di violenza, nessuna ragazza è degna di essere presa in moglie se non è
stata mutilata nei suoi genitali. Non mancano, per fortuna, anche buone notizie: in Africa, il 30% delle donne infibulate oggi non costringe più le figlie a subire questa pratica. In Italia, paese con il più alto numero di donne infibulate in Europa, dopo l’entrata in vigore della legge del 2006 le bambine a rischio sono 2/3.000 l’anno contro le 6.000 di prima e provengono principalmente da Eritrea, Somalia, Egitto, Nigeria, paesi da cui scappano non solo per motivi di guerra ma anche per queste violenze per le quali lo Stato Italiano concede lo status di rifugiata politica. In provincia di Alessandria le donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili sono circa quaranta e sono arrivate per ricongiungimento familiare o come rifugiate, soprattutto dalla Somalia. La
violazione dell’integrità del corpo femminile racchiude un mondo tutto femminile, un vissuto delicato a cui ci si può avvicinare solo con rispetto, comprensione e ascolto: la svolta per l’eliminazione di queste pratiche potrà arrivare solo con l’informazione attraverso i mass media, il confronto tra le giovani e, soprattutto, l’istruzione. Le mutilazioni genitali femminili hanno motivazioni sessuali, sociologiche, credenze igieniche ed estetiche nonché sanitarie (si pensa che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino ed, invece, è vero l’esatto contrario), false motivazioni religiose (non è affatto vero che sia previsto da testi religiosi) pertanto, solo l’educazione e l’informazione daranno alle donne oggi vittime di questa forma di violenza la forza di modificare e abbandonare una barbarie che ha effetti fisici, sanitari e psicologici, che, come ha ricordato la dottoressa Orietta De Alexandris, presidente dell’Associazione Donne Medico di Alessandria, condizionano tutta la vita quando non addirittura la annientano.
(www.agenfax.it)
| inviato da
federicamancinelli il 10/11/2011 alle 7:57 | |